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LA RESPONSABILITÀ SOCIALE D’IMPRESA

“Il mercato è un vero mercato quando non produce solo ricchezza ma soddisfa anche attese e valori etici”, sostiene l’economista Amartya Sen.

Può oggi un’impresa curarsi unicamente del proprio profitto? O è forse anche tenuta a conoscere, valutare e soddisfare le esigenze, non solo economiche ma sociali, ambientali e culturali della società esterna, sempre più attenta e critica nei confronti del suo operato? “Impresa” ed “etica” sono due termini inconciliabili nella realtà contemporanea? Si tratta di un dibattito multidisciplinare aperto e in continua evoluzione a livello mondiale: la Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI o in inglese CSR come Corporate Social Responsibility) e i suoi strumenti comunicativi.

Un dovere e un diritto, quindi, rendere conto al proprio cliente – come anche al territorio – delle politiche, delle strategie, dell’etica: insomma dell’attività in generale di un’azienda. L’impresa, aderendo a principi che si ispirano alla CSR, dichiara di operare una scelta nei confronti della società e dell’ambiente in cui è inserita. Non vende, di conseguenza, solo dei prodotti, ma tutta la cifra culturale ed etica del suo sistema-azienda. In particolare la “Teoria degli stakeholder” dell’americano Freeman (primi anni ’80) sottolinea come tutti i portatori di interessi (appunto gli stakeholder) acquisiscano dignità diventando soggetti attivi che si relazionano con l’impresa e influiscono sul suo agire. Secondo tale teoria tutti questi portatori di interesse acquisiscono un ruolo attivo nella creazione di valore da parte dell’impresa e non si limitano a subire le conseguenze dell’operato della stessa. Altro filone di studi che si sviluppa sempre negli Stati Uniti è quello della Business ethics: esso si concentra sul versante morale, ponendo al centro i valori etici che devono fondare i comportamenti delle imprese.

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Unindustria Treviso cambia volto

Maria Cristina Piovesana è la nuova presidente di Unindustria Treviso, eletta all’assemblea del 21 giugno scorso, e succede ad Alessandro Vardanega, che ha concluso il mandato. La sosterranno in questo quadriennio i vicepresidenti Antonella Candiotto (delega alle Relazioni industriali), Sabrina Carraro (PMI e Capitale umano), Luciano Marton (Tesoreria, Etica d’impresa, Sostenibilità e Fisco), Claudio Feltrin (Cultura d’impresa e Riposizionamento competitivo), Valter De Bortoli (Marketing territoriale e internazionalizzazione) e Giuseppe Bincoletto (Coordinamento merceologie).

Presidente, le è stato assegnato un ruolo importante, in un periodo storico importante: cosa eredita dal predecessore e quali gli obiettivi futuri?
Come ho detto anche in assemblea, il programma di presidenza verrà delineato secondo indirizzi di continuità e rinnovamento. Mi riferisco alla necessità di continuare ad accompagnare
l’evoluzione delle nostre imprese dal “saper fare” al “saper innovare”, dal “saper vendere” al “saper finanziare”, al “saper comunicare”. Penso anche alla necessità di sviluppare
ulteriormente la collaborazione tra i sistemi di rappresentanza del nostro territorio e i processi di integrazione con le altre associazioni venete di Confindustria. Altra iniziativa, da tempo al centro dell’azione di Unindustria Treviso, è il sostegno al processo culturale, infrastrutturale e istituzionale per la costruzione di un’area metropolitana, nonché l’impegno per
rinnovare e modernizzare il sistema locale e il Paese.

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60 anni di storia del ciclismo veneto

Nel 2012 ha festeggiato i suoi 60 anni: la Pinarello spa è azienda e famiglia storica di Treviso, ma riconosciuta internazionalmente, non solo grazie alle loro biciclette – innovative e di qualità – ma anche per i successi ottenuti in campo sportivo. I valori che da sempre caratterizzano i Pinarello sono sobrietà e schiettezza, ma anche uno sguardo sempre rivolto al ‘davanti’.

La Pinarello nasce alla fine degli anni ’40 da Giovanni, un giovane e ‘industrioso’ corridore di Catena di Villorba nel trevigiano. Lo sportivo quindicenne apprende i primi rudimenti come costruttore di bici nella ditta Paglianti e da suo cugino Alessandro, che fabbricava bici ancora dal 1922 in una piccola officina di paese. Giovanni con il fratello Carlo, con l’aiuto di pochi collaboratori, comincia a produrre bici da città. Inizialmente si tratta di una produzione artigianale, che non permette grandi numeri.

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AMORE PER IL TERRITORIO E FASCINO DELLA SCOPERTA

Marzio Bruseghin, professionista dal 1997 al 2012, vanta diversi piazzamenti tra i primi dieci nelle classifiche finali di Grandi Giri e ha vestito sette volte la maglia della Nazionale italiana ai Campionati del mondo. Ma il suo ruolo preferito è stato sempre di ‘gregario’ e la sua gara più bella le Olimpiadi di Pechino, un sogno da bambino.

Si fa fatica a raggiungere Marzio Bruseghin, lassù a Piadera, in cima ai boschi scoscesi delle Prealpi Trevigiane. Ci lasciamo la bellissima e antica cittadina di Vittorio Veneto alle spalle e a valle, e iniziamo a salire lentamente. È impossibile non restare ammaliati dal panorama mozzafiato: immersi tra boschi e montagne, ai piedi del Cansiglio, una casa, una stalla, poi 15 ettari di terreno che va su e giù per forre e vallette, si apre su campi e radure, fin oltre l’altro versante della collina. È qui che abita Marzio, qui che oggi fa ‘l’apprendista contadino’ all’interno della piccola azienda agricola di S. Maman, avviata con l’aiuto delle famiglia che abita in un’altra casa a poche decine di metri dalla sua. Perché per Marzio, i campi, le montagne, e i propri cari sono sempre stati importanti: origine e bussola nel lungo percorso, tutto rigorosamente in bici.

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Focus incontra…

Certamente. Negli ultimi decenni il Nord Est ha assunto un ruolo sempre più centrale e di traino per il nostro Paese. Non solo per la posizione geografica che lo vede proiettato verso l’Europa, ma anche per il tessuto sociale che lo compone, grazie al quale si è distinto per la tenacia e la capacità di creare discontinuità positive.

Perchè il mito del Nord Est: quali sono state le condizioni favorevoli che hanno permesso al territorio di vocarsi all’industria.
Se guardo agli ultimi 25 anni, periodo che ho vissuto intensamente all’interno del Gruppo di imprese della mia famiglia, in realtà sembra sia passato molto più tempo. Nei ‘mitici anni ’90’, molte piccole e medie industrie hanno invaso con successo il mondo con i propri prodotti di nicchia. Successi dovuti alle grandi capacità di creazione, innovazione e dedizione al lavoro degli imprenditori e dei loro collaboratori. Ma corroborati anche da condizioni di contesto particolari ora non più presenti e che non saranno ripetibili. In quegli anni il Nord Est e le sue imprese erano per l’Europa, in particolar modo per Francia e Germania, quella minaccia che la Cina è diventata in seguito per noi.

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Editoriale – numero 2

di Gian Nello Piccoli

In questo numero Logyn vuole portare un omaggio al territorio e alle imprese che hanno contribuito, nel tempo, allo sviluppo dello stesso.

Uomini, famiglie, comunità che da un’idea, da un sogno, oppure semplicemente dal mero lavoro quotidiano hanno saputo costruire ‘progresso’, contribuendo alla crescita del Paese in cui sono insediate.
In particolare, una parte del Paese è caratterizzata da un’elevata presenza di aziende di piccole e medie dimensioni, che rappresentano la componente principale del tessuto industriale italiano e della sua ricchezza, in termini di occupazione, fatturato e valore aggiunto.
Qui ci sono le loro storie, che in parte raccontano il nostro passato grazie al forte legame con la tradizione e la cultura locale, anche se con lo sguardo rivolto al futuro e al confine da superare!

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