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Una mossa a scacchi è la scelta di un solo secondo

Una macchina come allenatore instancabile ma anche come avversario. Intervista a Paolo Ciancarini, Professore ordinario di Informatica all’Università di Bologna. Serve solo un secondo per decidere la mossa giusta, è la mente a vederla per prima, solo dopo averla fatta si comprende se la mossa sia stata giusta o sbagliata. Il punto di vista di Ciancarini, che è nel back-end della macchina, ci racconta i processi umani e artificiali che sono alla base di questo gioco.

Il suo lavoro è frutto di una grande passione?
Come professore, il mio lavoro è insegnare e fare ricerca nell’ambito delle scienze informatiche. Quando ho scelto di studiare Scienze dell’Informazione, nel 1977, avevo 18 anni, ed ero affascinato dall’Intelligenza Artificiale applicata al gioco. Erano gli anni in cui si usavano gli Scacchi come laboratorio per costruire programmi “intelligenti”. Lo scopo era di battere i migliori giocatori umani. Questo risultato venne conseguito da alcun ricercatori IBM nel 1997; la macchina che costruirono si chiamava Deep Blue. Oggi un modello derivato da Deep Blue si chiama Blue Gene ed è una delle macchine più potenti del mondo. Grazie alla passione per gli scacchi ho poi studiato non solo l’Intelligenza Artificiale, ma anche i linguaggi per i supercalcolatori e l’ingegneria del software. Quindi in un certo senso il mio lavoro è frutto della mia passione per il gioco degli scacchi.

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L’IA: Acquisire, elaborare e comunicare l’informazione

Gli studi di Marconi ancora validi oggi, capitalizzati con l’implementazione di altre teorie, hanno portato a completare e concretizzare in alcuni casi l’intelligenza artificiale. Gabriele Falciasecca, Presidente della Fondazione Guglielmo Marconi ci spiega l’IA secondo la cultura di Marconi e i successivi sviluppi.

Come si pone la Fondazione nei confronti dell’intelligenza Artificiale (IA)?
è doverosa una piccola premessa. L’IA non ha una definizione di stampo tradizionale, nel senso che è un concetto introdotto in un certo momento storico, che ha un significato dato per chi lo ha coniato; ma dopo la definizione ha vissuto e vive di vita propria. Questo significa che il concetto di IA può essere anche interpretato ed è quanto mi permetto di fare qui.
L’IA ha a che fare con l’informazione. Su di essa si possono compiere tre operazioni:
1. L’acquisizione dell’informazione
2. L’elaborazione dell’informazione
3. La comunicazione dell’informazione

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FONDAZIONE VERONESI: La scienza a disposizione del progresso sociale

Figlio di Umberto, Paolo Veronesi è medico e ricercatore illustre nel panorama internazionale. Attualmente ricopre la carica di presidente dell’omonima Fondazione che promuove la ricerca.
Giovane, tenace e dinamica, la Fondazione Veronesi dal 2003 ad oggi ha spinto i propri interessi oltre gli stretti confini di un laboratorio di ricerca, promuovendo il ruolo sociale e formativo della scienza.

Fondazione Veronesi fin dal suo nascere ha perseguito un unico obiettivo: promuovere il progresso delle scienze, risorsa per il benessere del singolo e per la crescita etica, civile e sociale della collettività. «La scienza deve sempre agire per e con l’essere umano – dichiara il fondatore Umberto Veronesi – e questo significa rispetto della centralità della persona, ricerca di soluzioni e strategie che possano migliorare la qualità della vita, offrendo nuove speranze per il presente e per le generazioni future». Cuore dell’impegno della Fondazione è una ricerca scientifica senza confini e barriere, che investe sul talento dei giovani provenienti da ogni Paese, impegnati a dare risposta ai nuovi richiami della scienza con programmi di ricerca innovativi e di alto profilo, prevalentemente dedicati alla prevenzione e diagnosi delle malattie oncologiche e dell’era moderna, alla scoperta di strategie di cura sempre più efficaci sfruttando metodiche all’avanguardia e conoscenze sempre più raffinate a benefico dell’intera collettività.

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A TRENTO IL NUOVO MUSEO DELLA SCIENZA FIRMATO RENZO PIANO

Il Muse è moderno, bello e omnicomprensivo: trovi gli scheletri di dinosauro, una serra tropicale, un ghiacciaio delle Alpi e anche un bosco interattivo. Uno spazio ampio, esempio di grande architettura, che parla di sviluppo, evoluzione e ambiente. Il Muse è soprattutto un museo a portata di bambino, che giocando impara a conoscere il proprio mondo.

Il Muse è 500 mq di mostre temporanee, 600 mq di serra tropicale, 200 mq di area bimbi, 500 mq di aule e laboratori didattici, 800 mq di laboratori di ricerca. E altri spazi ancora, fra questi il FabLab (fabrication laboratory): una piccola officina aperta al pubblico che offre strumenti per la “personal digital fabrication” quali stampanti 3D, laser cutter, plotter vinilici, una batteria di processori Arduino.

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FRIULI INNOVAZIONE: UNA REALTÀ AL SERVIZIO DEL TERRITORIO

Creare un parco scientifico e tecnologico e insediarlo su un territorio significa vivere direttamente il confronto con imprese e realtà che su quel territorio cercano di sopravvivere e crescere, condividere conoscenze, e gestire la naturale connessione con il sistema regionale della ricerca e l’accesso a un network selezionato di istituzioni, finanziatori, centri di ricerca e imprese. Intervista a Fabio Feruglio, direttore di Friuli Innovazione.

Direttore, quando e perché nasce Friuli Innovazione?
Friuli Innovazione (oggi Società consortile a responsabilità limitata, mista pubblico/privato) nasce nel 1999 su iniziativa dell’Università degli Studi di Udine, di Confindustria Udine, del Centro ricerche Fiat, di Agemont, dell’Unione degli industriali di Pordenone e della Fondazione Crup, con l’obiettivo di mettere in comunicazione il mondo della ricerca e il sistema economico friulano. La mission è quella di favorire l’incontro tra ricercatori e imprese e l’impiego industriale dei risultati scientifici e tecnologici prodotti in laboratorio. Dal 2005 la Regione ha affidato a Friuli Innovazione anche la gestione del nuovo Parco scientifico e tecnologico Luigi Danieli, creato nella zona industriale udinese. Da allora è costante e significativa la crescita annuale del volume di attività, dei servizi forniti e dei progetti nazionali e internazionali a cui partecipiamo. La nostra mission è essere connessi con il mondo e attivare azioni che abbiano ricadute sul territorio. Dal 2009 la Regione ci ha anche chiamati ad essere coordinatori dei diversi parchi tecnologici del Friuli Venezia Giulia.

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IL POLITTICO DI SIMONE MARTINI: UN RESTAURO IN DIRETTA

Al Museo Nazionale di San Matteo, a Pisa, è stato eseguito un restauro “d’eccezione” del Polittico di Santa Caterina d’Alessandria (1320), opera di Simone Martini. Iniziato nel gennaio 2010 e conclusosi nel dicembre 2012 il lavoro è stato supportato da tecnologia all’avanguardia. A raccontarci l’operazione il direttore Dario Matteoni.

Qualche cenno sull’opera?
Il polittico fu eseguito tra il 1319 e il 1320 da Simone Martini per l’altar maggiore della chiesa pisana di Santa Caterina d’Alessandria: è l’opera più complessa e completa giunta fino a noi del grande pittore senese. Simone innova il modello di Duccio di Boninsegna costruendo una complessa composizione a tre registri sovrapposti, oltre alla predella. Tale soluzione diventerà un modello per successivi esemplari realizzati dallo stesso Simone e dalla sua cerchia. Su ognuna delle sei grandi tavole che affiancano quella centrale con la Madonna e il Bambino, compare una figura di santo, sormontato da una coppia di apostoli e da un profeta nella cuspide. Lo schema compositivo conta in totale 43 personaggi, ritratti di tre quarti su fondo oro e racchiusi in archi trilobati. L’uso di raffinati accordi di colori chiari e luminosi si coniuga ad un vivace naturalismo: ciò si osserva soprattutto nella sottile varietà degli atteggiamenti e nella resa delle vesti e negli incarnati dei volti. La presenza di due santi domenicani nelle tavole principali – Domenico e Pietro martire – e di un terzo nella predella – Tommaso d’Aquino – si deve alla committenza domenicana.

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