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Solo, con il proprio istinto

Senza carta, bussola, altimetro, orologio, cellulare e GPS a piedi per le Ande o per i Pirenei. Franco Michieli, esploratore originale, racconta il suo personalissimo significato di esplorazione e come questo accompagni l’essenza della sua vita senza una programmazione, con l’ausilio dei segnali della natura. La serendipità è la sua maggior alleata.

Che cosa significa per Lei esplorazione?
Parlando di esplorazione mi riferisco a un atteggiamento di scoperta dell’ambiente che mi circonda simile a quello praticato da animali e piante, o dalle popolazioni umane native, piuttosto che ai grandi viaggi dei secoli passati finalizzati a scoprire e conquistare terre o rotte commerciali spesso devastanti per i popoli e gli ecosistemi. Il mio viaggiare è quindi una sorta di serendipity: immagino un possibile percorso attraverso un territorio, ma poi ciò che mi interessa sono gli imprevisti, gli eventi che rivelano qualcosa di sconosciuto, le deviazioni dovute a qualche ostacolo, la bellezza dei momenti non programmati dal cervello umano. La natura si evolve sfruttando il caso, non possiamo abbandonare un metodo così prezioso.

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Nasce la vetrina enogastronomica italiana più grande del mondo

Alessandro Bonfiglioli, uno dei protagonisti del progetto, spiega come FICO Eataly World presenterà l’eccellenza italiana con 100 catene alimentari: dalla coltivazione del seme alla preparazione della pietanza. Agricoltori, ristoratori, artigiani, commercianti in 300 mila mq di spazio in una mostra permanente destinata a diventare una tappa obbligata per il turista, e non solo.

Come è nato il progetto FICO Eataly World (Fabbrica Italiana COntadina)?
Il progetto nasce dalla consapevolezza che la struttura del CAAB (Centro Agro Alimentare Bologna) di circa 800 mila metri quadrati, con 300 mila metri di superficie edificata fosse in eccesso rispetto alle reali necessità dell’attività di vendita di prodotti freschi all’ingrosso. Così abbiamo cominciato a pensare a delle soluzioni alternative ma sinergiche con la struttura e l’attività esistente. Peraltro nel 2011 avevamo appena realizzato un grosso impianto fotovoltaico di 43.750 metri quadrati, e quindi l’idea era di realizzare una cittadella del cibo e della sostenibilità. Partendo da qui io e Andrea Segrè (Professore ordinario Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari di Bologna) abbiamo incontrato a Roma Oscar Farinetti, (fondatore della catena Eataly) e gli abbiamo illustrato il nostro progetto. Dopo qualche mese abbiamo iniziato a lavorarci insieme dando una forma ben precisa all’idea, che ha poi preso il nome di FICO Eataly World: un grande parco enogastronomico alimentare che parte dal campo e finisce a tavola. A noi piace dire “dal forcone alla forchetta” perché rende molto bene. Nel campo si coltiverà il seme, il laboratorio servirà per la lavorazione dello stesso, l’area di vendita per distribuire il prodotto finito e il ristorante per mangiarlo in real time.

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Una mossa a scacchi è la scelta di un solo secondo

Una macchina come allenatore instancabile ma anche come avversario. Intervista a Paolo Ciancarini, Professore ordinario di Informatica all’Università di Bologna. Serve solo un secondo per decidere la mossa giusta, è la mente a vederla per prima, solo dopo averla fatta si comprende se la mossa sia stata giusta o sbagliata. Il punto di vista di Ciancarini, che è nel back-end della macchina, ci racconta i processi umani e artificiali che sono alla base di questo gioco.

Il suo lavoro è frutto di una grande passione?
Come professore, il mio lavoro è insegnare e fare ricerca nell’ambito delle scienze informatiche. Quando ho scelto di studiare Scienze dell’Informazione, nel 1977, avevo 18 anni, ed ero affascinato dall’Intelligenza Artificiale applicata al gioco. Erano gli anni in cui si usavano gli Scacchi come laboratorio per costruire programmi “intelligenti”. Lo scopo era di battere i migliori giocatori umani. Questo risultato venne conseguito da alcun ricercatori IBM nel 1997; la macchina che costruirono si chiamava Deep Blue. Oggi un modello derivato da Deep Blue si chiama Blue Gene ed è una delle macchine più potenti del mondo. Grazie alla passione per gli scacchi ho poi studiato non solo l’Intelligenza Artificiale, ma anche i linguaggi per i supercalcolatori e l’ingegneria del software. Quindi in un certo senso il mio lavoro è frutto della mia passione per il gioco degli scacchi.

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PARKOUR: SPORT E ARTE PER SUPERARE GLI OSTACOLI

Il Parkour (PK) è una nuova tendenza metropolitana che consiste nel muoversi con velocità per la città o in mezzo alla natura, superando ogni ostacolo con agilità e destrezza. Panchine, muretti, siepi, ringhiere e pareti non sembrano spaventare i “Traceurs” come si fanno chiamare i “creatori di percorsi”. Ci introduce a questa disciplina sportiva Stefano Pulcini, presidente dell’Associazione Italiana parkour.it.

Il Parkour è sicuramente uno sport acrobatico, perché la capriola per superare il muretto, la piroetta sulla parete di una casa, l’arrampicata, balzi arditi e movimenti armonici riuniti in una corsa fluida e infine il salto da un tetto all’altro richiedono prestazioni sportive non indifferenti. Ma di cosa si tratta esattamente? “Il Parkour è l’arte dello
spostamento. Una disciplina che nasce in Francia nella metàdegli anni ‘80. Il suo nome deriva dalla parola parcour (percorso). È il punto d’incontro tra l’equilibrio fisico e mentale, superare ostacoli fisici in maniera fluida e diretta per superare ostacoli mentali ed entrare in contatto coi propri limiti per cercare di superarli con consapevolezza, tenacia e appunto… disciplina”
, ci spiega Stefano Pulcini.

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DIADORA: CRESCERE IN TEMPO DI CRISI È POSSIBILE

Storico brand dello sport italiano, da qualche anno controllato da Lir Srl, finanziaria della famiglia Moretti Polegato (già proprietaria della Geox), nel 2013 Diadora ha acquistato per 9,2 milioni di dollari i marchi Diadora per Cina, Hong Kong e Macao, tornando di fatto al 100% italiana.

Quando la Sua azienda ha deciso di internazionalizzare e perché?
Il processo di internazionalizzazione è in atto ormai da qualche stagione e sta assumendo uno spazio sempre più importante nella strategia di crescita della nostra azienda. Subito dopo aver acquisito Diadora, circa 5 anni fa, ci siamo concentrati sulla ristrutturazione dell’azienda e sul rilancio del marchio in Italia, paese per noi di prima importanza. Poi, abbiamo rafforzato la nostra presenza su mercati esteri dov’eravamo già presenti e successivamente siamo sbarcati su mercati ancora tutti da conquistare come ad esempio Francia, Germania e Stati Uniti o La Cina dove abbiamo recentemente ricomprato il marchio che era stato ceduto in passato dalla precedente proprietà a investitori locali.

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IL KARATE: UNO SPORT PER LA VITA

Nella miriade di specialità del karate c’è una ragazza veneta che da anni domina la scena mondiale. Si tratta della diciannovenne Margherita Piroi che, sul tatami di Caorle, si è laureata per la quinta volta campionessa mondiale Juniores di Shito ryu (Iku). Una disciplina dove l’atleta in pedana gareggia contro se stessa proponendo figure e movimenti rapidissimi che vengono vagliati da cinque giudici. Prima di Caorle, Margherita aveva dominato a San Paolo del Brasile nel 2010, a Gyor (Ungheria) nel 2011, a Novi Sad (Slovenia) nel 2012 e ai mondiale Senior di Porto Rose (Slovenia) nel 2013.

Quando hai iniziato questo sport?
Ho iniziato a praticare il karate quando avevo 5 anni e a livello agonistico a 13 anni, con il passare del tempo mi sono appassionata anche grazie ai risultati che via via riuscivo ad ottenere. Ad esempio mi aiuta ad affrontare gli esami di scuola, visto che le gare che disputo sono delle continue prove d’esame.

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“UFFIZI DA TOCCARE”: PER UNA CULTURA ACCESSIBILE A TUTTI

Nella Galleria un percorso tattile per ipovedenti e non vedenti.
È partito nel 2009, organizzato dal Polo Museale Fiorentino su iniziativa della Sezione Didattica e della Direzione della Galleria degli Uffizi con il suo Dipartimento di Antichità Classica: si tratta del progetto “Uffizi da toccare”. Un percorso peculiare, tattile, per permettere anche a ipovedenti e non vedenti di fruire di alcune opere d’arte. Quando la cultura è veramente stimolo all’inclusione sociale.

Si tratta di 27 opere:13 marmi antichi e 1 rilievo raffigurante La Nascita di Venere di Botticelli accessibili nei tre corridoi di Galleria, 13 opere nella Sala del cavallo.

Le opere selezionate offrono una casistica completa delle diverse classi di marmi greco-romani appartenuti alle antiche collezioni granducali (rilievi, are, sarcofagi, ritratti, epigrafi, statue a figura intera) e permettono al visitatore di avvicinarsi a una classe di oggetti che ha per secoli costituito il primo motivo di interesse della Galleria fiorentina. I marmi sono stati scelti anche in virtù della loro collocazione, così da offrire l’opportunità al non vedente di percorrere per intero il complesso vasariano.
Fra le sculture offerte all’esplorazione tattile si possono ricordare capolavori come l’Ermafrodito, l’Altare dei Vicomagistri, l’Amorino dormiente in marmo nero o il Ritratto di Cicerone. Nella Sala del cavallo, nella fattispecie, si è organizzato un servizio ulteriore per migliore la fruizione del visitatore: grazie alla collaborazione della stamperia della Regione Toscana si è potuta realizzare una mappa braille del percorso in materiale termoformato. Inoltre, si è proceduto al rinnovo di tutte le didascalie in braille del percorso di galleria, che nel frattempo si sono usurate.

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UNA CORSA PER L’INCLUSIONE SOCIALE

“Lo sport ha lo straordinario potere di incidere profondamente sui cambiamenti delle persone e di tutta la società. Per questo vogliamo ispirarci alla positività contagiosa di quest’esperienza per farne un veicolo di educazione, inclusione sociale e benessere di tutta la Comunità”, con queste parole Alessandro Tappa ci presenta l’operato della onlus Sport Senza Frontiere che da 3 anni si batte per rendere l’attività sportiva accessibile a chi più ne ha bisogno.

Sport e inclusione sociale: come si legano queste due tematiche?
Da sempre è la natura stessa dell’attività sportiva a tramutare in concretezza quella che dovrebbe essere una politica sociale. Lo sport ha, infatti, lo straordinario potere, attraverso le sue regole e il coinvolgimento che genera, di abbattere le barriere che regnano nella nostra società. Nell’allenarsi insieme, in un campo da tennis come in una piscina, ogni persona diventa uguale all’altra e non si riconoscono più le differenze e le realtà di provenienza: questo è la forza intrinseca dello sport, straordinario veicolo di valori, esempi e regole che, se sfruttato correttamente, può incidere profondamente sui cambiamenti delle persone e della società. E subito mi viene in mente un esempio su tutti, quello del presidente Nelson Mandela, che ha saputo utilizzare le potenzialità della disciplina del rugby per unificare una nazione sconvolta e dilaniata da quasi cinquant’anni di apartheid.

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In vasca come nella vita: determinazione e semplicità

Nonostante le numerose vittorie lo sguardo è sempre rivolto avanti, con professionalità e serietà. Presumibilmente, ora, è alle Olimpiadi 2016. Concreta e sincera, Federica Pellegrini racconta di sé e della sua vita professionale guardando alla quotidianità. Anche se molto impegnata con gli allenamenti Federica ha voluto lo stesso rispondere a qualche domanda.

Tra le altre cose, le è stato chiesto come è nata in lei la forte passione per questo sport. Federica ci ha anche raccontato un aneddoto su come si è avvicinata al nuoto. “Ho iniziato a fare nuoto da piccolissima. È stata mia madre a portarmi la prima volta in piscina da bambina. Da subito è nato un rapporto speciale, direi viscerale con l’acqua, tanto da farmela sentire come un habitat naturale. Amo, infatti, definirmi una creatura d’acqua dolce. Da adolescente le prime importanti vittorie e, un aneddoto che ricordo con piacere, è il giorno che ho fatto il mio primo tattoo grazie a una scommessa vinta con mio padre. Ho vinto la gara e lui è stato costretto a darmi il permesso di tatuarmi!”, ricorda la campionessa.

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Luca Badoer: sempre in pista per passione e professione

Luca Badoer, trevigiano, classe ’71. Debutta nelle competizioni motoristiche all’età di 14 anni, vincendo due gare e classificandosi terzo nel Campionato Italiano Cadetti Kart. Dopo cinque stagioni di vittorie, passa alle monoposto di F3 nel Campionato Italiano del 1990: nella prima stagione vince la gara di Vallelunga e nel 1991 ne vince quattro, piazzandosi quarto su 50 concorrenti nella classifica tricolore.

“Seguivo con attenzione e passione la Formula 1 in TV assieme a mio padre già a 3 anni, prendendo da allora la ferma decisione di diventare pilota – ci racconta scherzando Luca – e così è stato, anche se ho potuto iniziare un po’ tardi rispetto alla media dei piloti perché fino ai miei 13 anni non c’erano piste vicino casa. Ma poi una volta partito è stata tutta una corsa in salita”. Infatti, il pilota trevigiano gareggiando inizialmente nella categoria Kart diventa presto campione regionale Veneto nella classe 100cc; poi nel 1986 arriva al primo podio del campionato nazionale nella stessa categoria, ripetendosi nel 1988 nella Super-10. In F3000 vince la categoria davanti a piloti che poi ritrova anche in F1: Montermini, Coulthard, Panis e Barrichello. “Si è capito presto che fisicamente ero predisposto a questo tipo di sport. E questa caratteristica mi ha permesso di andare avanti finchè alla fine non sono arrivato in Formula 1. Tra le gare più belle che ho fatto, ricordo in particolar modo quando ho vinto il campionato go kart, direi in modo quasi incredibile: per una serie di incidenti sono partito al 32° posto e, in due giri, non solo ho superato tutti ma ho tagliato per primo il traguardo! Altro ricordo indelebile: la vittoria del campionato in Formula 3000 (campionato di Formula 2), che mi ha proiettato poi in Formula Uno. E ovviamente lì nuove soddisfazioni di ogni genere: anche il sapere di aver contribuito allo sviluppo delle vetture che nei primi anni 2000 conquistavano mondiali uno di seguito all’altro”.

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