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Creatività e tutela del know-how

Nel contesto del programma Innovation Union e del piano di azione a sostegno della creatività e dell’innovazione, il 28 novembre 2013 la Commissione Europea ha adottato una proposta di direttiva in materia di tutela del know-how.

Il Made in Italy deve tutto al Rinascimento italiano, allo sviluppo di una nuova cultura artistica e sociale, che sul piano culturale, estetico e architettonico ha messo in moto una competizione creativa senza pari nel mondo. A questo si aggiunga il continuo contatto con le culture dei popoli stranieri. Creatività che tuttavia spesso, per incapacità tutta italiana di fare sistema, non si traduce in forza imprenditoriale vincente o addirittura viene agilmente acquisita dai competitors proprio per la mancata adozione di opportune protezioni e tutele da parte del titolare dei relativi diritti. Se per superare il primo aspetto ci ha pensato il D.L. 10 febbraio 2009 n.5 che ha introdotto la disciplina della rete di imprese (V. articolo Reti di imprese – La normativa e il contratto di rete in Logyn n.2 Maggio 2013), con riferimento al secondo è intervenuto, a livello comunitario, il Parlamento Europeo e il Consiglio con una proposta di Direttiva comunitaria presentata il 28 novembre 2013 sulla protezione del know-how riservato e delle informazioni commerciali riservate (segreti commerciali) contro la loro acquisizione, utilizzo e divulgazione illeciti.

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LAVORARE CON IT E ICT

In un periodo storico italiano particolare in cui il dato della disoccupazione giovanile rimane ancora molto alto, al 41,2% secondo i dati Istat 2015, Eurosystem S.p.A. cresce, innova e assume. Entrano, infatti, nella compagine dell’azienda nuove figure giovani e formate che contribuiranno a raggiungere obiettivi commerciali di crescita, che i titolari si sono posti con il piano strategico realizzato assieme alla Pricewaterhouse Coopers, a partire dalla recente fusione e acquisizione nel Centro Italia.

Matteo, come è stato il tuo percorso professionale prima dell’arrivo in Eurosystem?
A parte qualche breve esperienza ho sempre lavorato nel mondo ICT. Nel mio primo lavoro mi sono occupato di consulenza per soluzioni di sales force automation: configuravo il prodotto, gestivo la formazione del personale e l’eventuale supporto. Successivamente ho iniziato un percorso di avvicinamento al mondo della vendita, prima come pre-sales e poi come account.

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Tutela delle invenzioni

Il tema delle invenzioni nel rapporto di lavoro sta assumendo sempre più interesse. Il ricorso frequente alla ricerca di innovazione quale strumento per sviluppare la competitività aziendale impone alle parti del rapporto di lavoro di individuare la titolarità dei diritti riferiti alle eventuali invenzioni.

L’invenzione è un originale concepimento di un oggetto, di un modello, di un sistema, d’interesse e utilità per la vita pratica. L’ideazione di cose nuove e originali. La materia è disciplinata dal D.Lgs 30/2005, così come modificato dal D.Lgs 131/2010, ossia il “Codice della proprietà industriale” (CPI). In particolar modo, l’articolo 64 del Decreto di cui sopra delinea la questione, stabilendo che il lavoratore che nell’adempimento di un contratto di lavoro abbia realizzato un’invenzione ha diritto, oltre al riconoscimento del titolo di autore dell’invenzione, al cosiddetto equo premio, qualora il datore di lavoro o i suoi aventi causa abbiano la possibilità di sfruttare economicamente l’invenzione con l’ottenimento del brevetto o con utilizzo dell’invenzione in regime di segretezza industriale.

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Colpi di frusta? Fine della storia!

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 235, esclude che i criteri legali di liquidazione del danno biologico contrastino la Costituzione, come era stato presupposto da alcuni contestatori, e stabilisce che il risarcimento risultante dalle tabelle diventa un limite insuperabile del danno non patrimoniale comunque denominato.

In data 16.10.2014 la Corte Costituzionale ha pronunciato la sentenza n. 235, particolarmente importante per quanto riguarda la misura del risarcimento del danno. La Corte Costituzionale pare abbia finalmente messo una pietra tombale su 15 anni di contrasti, dubbi, pretese e controversie, in tema di C.D. “micro permanenti” e cioè per i danni alla salute che abbiano causato invalidità permanente inferiore al 10%. Tanto per intenderci trattasi, per la maggior parte, dei C.D. “colpi di frusta” che, vengono quasi sempre riconosciuti quando si verificano degli incidenti stradali anche se di indubbia modestia come in particolare in caso di leggerissimi tamponamenti.

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Nuove professioni e lavoratori autonomi

Quando parliamo di medicina del lavoro il primo pensiero va alle grandi fabbriche dove gli operai durante il loro turno di lavoro, generico o specializzato, manuale o di concetto, svolgono sempre le stesse operazioni, in catena di montaggio o meno, con un orario fisso, giornaliero o a turni, ma sempre lo stesso tutti i giorni.

Non è questo tuttavia lo scenario del quale si devono occupare gli operatori della prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro da diversi anni a questa parte, soprattutto in Italia. Il tessuto imprenditoriale è costituito, infatti solo in parte da grandi aziende, e per la maggioranza da realtà produttive medio piccole, di natura artigianale, nelle quali le mansioni svolte dai lavoratori richiedono la conoscenza di più procedure lavorative, quando non anche una certa capacità di autonomia decisionale o “creatività”. Queste aziende spesso, per necessità legate al processo produttivo, hanno bisogno di manodopera flessibile anche per brevi periodi e quindi ricorrono a prestatori d’opera, che vengono ingaggiati non come soggetti subordinati dipendenti ma come lavoratori autonomi a partita IVA o a prestazione occasionale.

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Un carrello della spesa con servizi per il welfare aziendale

Dal mese di ottobre Unindustria Treviso ha attivato un nuovo servizio associativo dedicato al welfare aziendale, per agevolare le aziende nell’offrire ai propri collaboratori beni e prestazioni, non soggette a imposizione fiscale e contributiva.

Non solo una specifica attività di consulenza, per individuare le soluzioni più adeguate per ogni singola impresa, in relazione agli obiettivi che questa si pone, ma, per le erogazioni aziendali più comuni di beni e servizi, delle soluzioni ‘pronte all’uso’ e a condizioni agevolate per le associate, attraverso convenzioni con alcune società e operatori, anch’essi aderenti ad Unindustria, privilegiando in tal modo l’appartenenza associativa e la presenza nel territorio.

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Sicurezza e tutela della salute, un obbligo anche per i lavoratori-volontari

Esiste in Italia un numero elevato di lavoratori organizzati in varie istituzioni, associazioni, cooperative, imprese sociali, fondazioni, banche etiche, che si collocano in un’area del sistema economico alternativa rispetto allo Stato e al Mercato, definiti come 1° e 2° settore. Sono figure professionali che non operano per conto dello Stato, che eroga beni e servizi pubblici, né operano nel Mercato a scopo lucrativo per produrre profitti, e sono per questo definite Terzo Settore.

Le formazioni sociali che costituiscono il cosiddetto Terzo Settore, formato da una miriade di soggetti, assai diversi tra loro, nel loro insieme rappresentano il prodotto della libera iniziativa di cittadini associati per perseguire il bene comune secondo i principi costituzionali della solidarietà e della sussidiarietà. Sono organizzazioni di natura privata, ma volte alla produzione di beni e servizi destinati alla collettività. È un variegato universo fondato sul capitale più prezioso di cui dispone un Paese, ossia il capitale umano e civico che, però, ha bisogno di essere sostenuto e valorizzato dallo Stato. Infatti, del tutto recentemente, il Governo ha varato un disegno di legge delega di “Riforma del 3° settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del sevizio civile universale” finalizzato ad un serio riordino del quadro regolatorio e di sostegno anche allo scopo di generare nuove opportunità di lavoro e di crescita professionale.

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Invio del personale all’estero

La globalizzazione ha imposto un nuovo concetto di mercato. Per operare nel nostro paese è necessario competere con aziende estere, libere di agire in tutta l’UE, agevolate da burocrazia snella e costi ridotti garantiti dal paese di provenienza. Il modo migliore per rispondere a questo è ampliare il bacino d’utenza inviando risorse umane in territori ove si prevede di poter lavorare.

L’invio del personale all’estero è finalizzato ad assistere le diverse progressive prospettive aziendali: da una fase di studio del mercato, ad una di insediamento, ad una di espansione, ad una di consolidamento del nuovo mercato, ecc. Per evitare di incorrere in apparati sanzionatori, è bene definire le modalità di invio del personale all’estero più diffuse, così da poter scegliere quella più idonea alle singole necessità.
Trasferta: è la più comune forma di invio, temporanea e breve, idonea a soddisfare esigenze dal rapido esaurimento. La soluzione non richiede particolari adempimenti burocratici verso il paese di destinazione, posto che il rapporto di lavoro continua ad essere regolato in Italia.

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L’approccio etico al lavoro

La congiuntura economica ha prodotto un profondo sfruttamento delle casse dell’INPS e l’Istituto oggi ha evidenti problemi nell’erogazione massiva di prestazioni a sostegno del reddito. Il problema di cassa non può essere risolto in carenza di risorse finanziarie, ma può essere attenuato nei suoi effetti da un’etica gestione delle risorse da parte di lavoratori e imprese.

La pratica di questi anni ci fa affrontare il tema della disoccupazione in modo diretto, senza mezze misure. Oltre ai dati statistici, che disegnano un percorso occupazionale tortuoso e dissestato, l’esperienza sul campo ci permette di affrontare il problema da un osservatorio privilegiato. Ecco quindi emergere esperienze sconfortanti che vengono descritte da lavoratori ed imprenditori, i quali affiancano la continua ed infruttuosa ricerca di un lavoro al possibile rifiuto di un impiego che non soddisfa le aspettative del disoccupato. A questo si aggiungano situazioni limite dove, come capitato in una trattativa del nostro studio, in un’azienda fallita molti lavoratori hanno preferito la cassa integrazione con successiva mobilità rispetto alla possibile assunzione presso un acquirente che offriva il medesimo lavoro svolto in precedenza ad una retribuzione contrattuale, chiedendo pertanto di rinunciare ai miglioramenti retributivi acquisiti negli anni.

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La reputazione aziendale negli affari internazionali

La dimensione internazionale assunta dall’attività imprenditoriale e la vocazione globale dei mercati economici richiedono un sistema di gestione dell’etica societaria che coinvolge non solo i rapporti tra capogruppo e controllate estere ma si applica a tutte le relazioni commerciali internazionali, per prevenire le violazioni di leggi, regolamenti, procedure e codici di condotta, a tutela della reputazione e della credibilità aziendale.

L’etica nei rapporti commerciali internazionali
La diffusione della responsabilità penale delle società e degli enti in tutta l’Europa, e nei territori extra UE, è un elemento che l’imprenditore deve considerare nella valutazione dei connessi rischi derivanti dal fare affari con operatori stranieri. La commissione di illeciti all’estero, anche da parte di società estere collegate, fa sorgere il pericolo dell’instaurazione di procedimenti che possono concludersi con pesanti sanzioni penali, amministrative o civilistiche, a seconda degli ordinamenti interessati.

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