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INNOVARE PER COMPETERE: LA SFIDA DI CNA VENETO

La Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa del Veneto si costituisce con l’obiettivo di rappresentare le piccole e micro imprese venete che operano nei settori dell’artigianato e dell’industria. Oggi, con la crisi economica in atto, il lavoro di CNA è ancora più difficile e nel contempo fondamentale nei rapporti con le istituzioni pubbliche, i sindacati e le altre associazioni imprenditoriali regionali.

CNA in Veneto: la situazione del territorio.
Le piccole imprese, soprattutto quelle artigiane, in questo periodo stanno soffrendo maggiormente i contraccolpi della crisi rispetto a quelle di medie e di grandi dimensioni. Questo per il fatto che molte di loro sono legate al mercato interno, quando in questo periodo il traino per l’uscita dalla crisi proviene quasi esclusivamente dall’export. Infatti, in questo momento le imprese che sono rivolte all’estero cominciano a sentire qualche beneficio oppure semplicemente si trovano in situazioni migliori. Mentre quelle che sono totalmente legate al mercato interno sono in difficoltà. Non ci sono grandi differenze nelle diverse aree geografiche italiane, anche se il mercato interno al Nord è forse ancora oggi più ricco ed offre maggiori possibilità. Eppure, ciononostante, la capacità di spese delle famiglie si sta ridimensionando sempre di più. Il settore edile è quello maggiormente colpito: si sta assistendo ad una caduta drastica, sia nel numero delle imprese e dei dipendenti che nel fatturato.

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Made in Italy da esportare: la vera rivoluzione italiana

Professore di Economia e gestione delle imprese e Strategia d’impresa presso l’Università LUISS “Guido Carli” di Roma, Paolo Boccardelli spiega come la creatività italiana sia anche sinonimo di innovazione continua e ricerca. Valori da non perdere, anzi da sostenere soprattutto nell’export.

Economia italiana, Made in Italy e innovazione: come si intrecciano questi grandi temi? Qual è la situazione italiana?
Il Made in Italy è certamente uno degli asset più importanti della nostra economia, ciò che più ci rappresenta nel mondo. Made in Italy è sinonimo di creatività, eccellenza qualitativa, design esclusivo e life style. Il modello produttivo del Made in Italy per sua stessa natura privilegia la piccola e media impresa, se non addirittura la micro impresa, realtà imprenditoriali sparse su tutto il territorio italiano e spesso riunite in cluster o distretti. La maggior parte delle nostre eccellenze manifatturiere non proviene solo da settori tradizionali, quali il tessile o il calzaturiero, ma arriva anche dalla meccanica e dai mezzi di trasporto, dalle macchine per lavorare il legno e le pietre ornamentali, agli strumenti per la navigazione aerea e spaziale. Numeri alla mano, il successo del Made in Italy, nonostante la crisi, dimostra quanto le nostre imprese siano state in grado di conservare competitività nel mercato globale senza perdere la capacità di creare bellezza. Proprio perché non crea valore dalla quantità ma dalla qualità, Made in Italy è anche sinonimo di innovazione continua e ricerca. È infatti l’innovazione che ha permesso in questi anni
alle imprese italiane di conservare la propria leadership di mercato. A tal proposito occorre però sottolineare che non incontri con sempre le innovazioni e gli sforzi produttivi compiuti dalle nostre imprese sono stati supportati da altrettanti sforzi dal punto di vista legislativo ed infrastrutturale.

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Modernizzare l’Italia, per darle fiducia e favorire un nuovo sviluppo industriale

“Il problema dell’Italia è quello di animare, in tutti i cittadini, lo spirito giovane che ha fatto il Paese, che lo ha spinto fra le sette maggiori economie e che ha permesso il miracolo italiano”: a dirlo e a crederci è Jacopo Morelli, vice presidente di Confindustria e presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria.

Qual è lo stato attuale dell’imprenditoria in Italia?
In una battuta: vorrei ma non posso. La situazione attuale è quella di tanti imprenditori capaci che per fare impresa in Italia devono combattere con un ecosistema che scoraggia le aziende. Aprire e far crescere una società nel nostro Paese, e riuscire a competere con l’estero, è come correre una gara a ostacoli avendo però i piedi legati. E i “lacci e lacciuoli”, per citare Guido Carli, sono oggi rappresentati da 2 principali aspetti: il fisco da confisca, con un total tax rate che pesa sulle imprese per il 68% contro il 46% degli USA, e un costo del lavoro che dimezza il netto delle buste paga deprimendo la domanda interna; l’incertezza della giustizia, che scoraggia gli investitori esteri e nuove assunzioni, tanto che il 36% delle aziende preferisce non andare in causa anche quando sa di avere titolo legittimo pur di non dover affrontare anni e anni di contenzioso. Quando l’Italia correva questi vincoli non erano cosi pesanti e, dove si cresce nel mondo, non lo sono nemmeno oggi. Anche Tonga e Ruanda vengono prima dell’Italia nella classifica della Banca Mondiale che valuta la semplicità di fare impresa. Noi siamo al 65esimo posto, la Germania al 21esimo. Ma non sono numeri astratti, perché dietro un dato ci sono sono imprese che falliscono – 93 al giorno nell’ultimo anno – o che si spostano oltreconfine e start up che non nascono.

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Cultura, Territorio, Impresa la tradizione come valore per lo sviluppo

La storia dell’industrializzazione italiana, soprattutto nelle due aree geografi che denominate spesso come la ‘locomotiva’ d’Italia e indentificate come Nord Ovest e Nord Est è essenzialmente una ‘storia di famiglie’. Insigni esempi, che hanno saputo creare un modello industriale di alto profilo e hanno contribuito a far nascere all’estero il mito della creatività italiana. Un tessuto di famiglie spesso di origine artigiana. Uomini ‘sapienti’ nei loro mestieri che hanno reso l’Italia secondo Paese europeo nell’esportazione dopo la Germania.

È essenzialmente a partire dalla fi ne della Seconda Guerra Mondiale che l’Italia ha conosciuto profondi cambiamenti economici, trasformandosi da Paese più o meno arretrato a una delle maggiori potenze economiche mondiali. Questo, grazie ad un ininterrotto processo di crescita durato fino alla fine degli anni Novanta del XX secolo.

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