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L’intelligenza delle cose, la paura degli umani

di Stefano Moriggi
Quando studiare le macchine significa (anche) conoscere meglio noi stessi

“Cosa resterà dell’umanità? Ci preoccupiamo dei danni ambientali ed è più che giusto, ma forse ci attende una minaccia più seria. La nascita di un super-organismo che trascenderà l’intelligenza umana, composto da internet, miliardi di oggetti intelligenti e un immenso data base in continua crescita. […] Ci sarà un momento, conosciuto come singolarità, in cui questa entità sfuggirà al nostro controllo. […] Potrebbe considerarci noiosi insetti da schiacciare” (fonte).

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Credito Ricerca & Sviluppo e Patent Box

“Ci sono cattivi esploratori che pensano che non ci siano terre dove approdare solo perché non riescono a vedere altro che mare attorno a sé”, ma per quelli che invece hanno il coraggio di esplorare ecco le agevolazioni a loro rivolte per l’esercizio 2015 e seguenti.

CREDITO R&S
L’articolo 3, comma 1, del Decreto destinazione Italia, come modificato dalla Legga di Stabilità, prevede il riconoscimento di un credito d’imposta a “tutte le imprese, indipendentemente dalla forma giuridica, dal settore economico in cui operano e dal regime contabile adottato” che effettuino investimenti in attività di Ricerca & Sviluppo a decorrere dal periodo di imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014 e fino a quello in corso al 31 dicembre 2019. Sono comprese tra gli investimenti ammissibili al bonus fiscale le spese relative a:
• personale altamente qualificato, in possesso di specifici titoli (dottorato di ricerca, laurea magistrale in discipline di ambito tecnico o scientifico secondo la classificazione UNESCO Isced o di cui all’allegato 1 annesso al Decreto destinazione Italia);
• quote di ammortamento delle spese di acquisizione o utilizzazione di strumenti e attrezzature con costo unitario non inferiore a 2.000 euro al netto dell’imposta sul valore aggiunto;
• spese per contratti di ricerca stipulati con Università, enti di ricerca e organismi equiparati, e con altre imprese, comprese le start up innovative;
• spese per competenze tecniche e privative industriali inerenti un’invenzione industriale o biotecnologica, una topografia di prodotto a semiconduttori o una nuova varietà vegetale anche acquisite da fonti esterne.

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L’ECONOMIA VERDE DELLA RIPRESA

Fra i vocaboli creati dalla società contemporanea durante l’ultima rivoluzione socio-industriale il termine green economy è sicuramente uno di quelli che ha acquistato maggiore importanza e notorietà soprattutto grazie ad internet, canale di comunicazione mediatica per eccellenza di questo secolo. Ma cos’è esattamente l’ “economia verde”? Secondo l’UNEP (United Nations Environment Programme), la green economy è un’economia “che produce miglioramenti del benessere umano e dell’equità sociale, riducendo, nel contempo, i rischi ambientali ed ecologici”. L’economia mondiale sta lentamente uscendo dalla recente crisi finanziaria globale, anche per mezzo di questo nuovo slancio green. Tuttavia, la ripresa non è stata uguale per tutti.

La crisi finanziaria americana del 2008 ha creato in molti Paesi e, in generale, nella loro cultura ecologista la consapevolezza che il modello di sviluppo economico corrente dovesse essere rivisto. Il primo a parlare e a investire nella green economy, infatti, è stato il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che già nel 2009, per far fronte al periodo di recessione dell’economia americana, sostenne una serie di misure anche imprenditoriali, pubbliche e private, per dare un forte impulso allo sviluppo della economia verde. Si trattava di lanciare un nuovo modello di sviluppo che contrastava l’imperante modello economico “nero” (black economy) basato sui combustibili fossili, come il carbone e il petrolio. Oggi lo sviluppo sostenibile non si presenta più come una delle scelte possibili per la tutela dell’ambiente e del rilancio economico: in realtà è “l’unico modello attuabile nel breve e lungo periodo”. L’economia sostenibile è considerata dagli esperti del settore come l’unica via percorribile per uscire dalla crisi che stiamo attraversando.

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L’ITALIA CULTURALE CHE INTERNAZIONALIZZA

Numerose sedi in tutto il mondo – una in Cina di prossima apertura – studenti internazionali provenienti da quasi 100 Paesi, IED nasce nel 1966 grazie a Francesco Morelli. Oggi è un’eccellenza internazionale di matrice italiana, che opera nel campo della formazione e della ricerca, nelle discipline del Design, della Moda, delle Arti Visive e della Comunicazione. È Carlo Forcolini – direttore scientifico Gruppo IED – a descrivere il “sistema” IED.

Lo IED è riconosciuto nel mondo come scuola d’eccellenza…
L’Istituto ha mezzo secolo di storia, ma è in costante evoluzione. All’origine del suo successo l’idea che il “sapere” e il “saper fare” devono crescere insieme, nel rispetto delle logiche del mercato e dei principi della formazione di alto livello. Negli anni questo sistema è stato ripreso anche da altre realtà universitarie italiane, anche se un po’ a fatica… Quindi, i docenti sono tutti professionisti operanti nel privato e aggiornati costantemente sugli sviluppi del mercato di riferimento. Inoltre, fin dalla sua costituzione, IED lavora a stretto contatto con le imprese, già a partire dal triennio… attraverso workshop, stage aziendali, e altri tipi di collaborazione e progetti. Sono 200 le industrie con cui collaboriamo ogni anno a livello nazionale e internazionale fra grandi gruppi e piccole aziende.

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MIGLIORARE L’OFFERTA IN ITALIA PER AIUTARE LE AZIENDE A INNOVARE

Il dibattito sul binomio innovazione e impresa è sempre più aperto: l’innovazione non è più solo un valore aggiunto per l’implementazione del business, bensì un’imprescindibile necessità. Assieme al professor Fuggetta analizziamo la situazione italiana.

Innovazione e business? Com’è la situazione in Italia? C’è paura?
Nel Paese convivono situazioni differenti: ci sono aziende che stanno investendo consistentemente in innovazione, anche perché operanti in mercati internazionali. E nel contempo ce ne sono altre – spesso legate al mercato nazionale – che investono troppo poco. La discriminante è il mercato: chi lavora su una piazza internazionale, se si muove bene, non solo vede dei buoni ritorni economici, ma riceve anche importanti stimoli di sviluppo. Al contrario le aziende che si rivolgono in prevalenza al mercato nazionale patiscono perché la domanda interna attualmente è bassa, e ricevono meno pressioni sul fronte della competitività.

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Apprendistato e formazione trasversale

Nel 2011 il D.Lgs 167 ha riformato la materia con uno scheletro normativo flessibile di soli 7 articoli. Il nuovo Testo Unico ha conferito pieno potere alla contrattazione collettiva, così molti settori produttivi italiani, da aprile 2012, hanno regolato la materia con importanti novità legate agli obblighi formativi caricati completamente sulle spalle dei datori di lavoro.

La reazione dei datori di lavoro, spiazzati di fronte a cotanta autonomia nella gestione della partita, va interpretata alla luce delle nuove regole. Il precedente sistema prevedeva una formazione quasi esclusivamente demandata alle regioni, antipatica agli occhi dei datori di lavoro per due motivi: scarsa attinenza delle attività proposte rispetto alle mansioni da apprendersi; prolunagata assenza dell’apprendista a causa degli obblighi formativi esterni. Il T.U. ha spazzato via le criticità, imponendo un sistema di formazione su misura a diretta programmazione e gestione aziendale, nel rispetto del piano formativo, da svolgersi completamente in ambito aziendale. Tanta considerazione per le doglianze datoriali ha però provocato un effetto “boomerang”, lasciando i datori di lavoro interdetti di fronte ad una completa autonomia, difficile da gestire in termini di costo da sostenere per erogare questa formazione obbligatoria. A tal proposito, in questi ultimi mesi alcune regioni hanno completato l’iter per liberare i finanziamenti destinati alla formazione trasversale, che verrà organizzata esclusivamente a carico dell’ente su precise indicazioni fornite dall’azienda circa il percorso da seguire per l’acquisizione delle competenze. La formazione trasversale, obbligatoria e a carico azienda, è da completare con la formazione professionalizzante.

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Cultura, Territorio, Impresa la tradizione come valore per lo sviluppo

La storia dell’industrializzazione italiana, soprattutto nelle due aree geografi che denominate spesso come la ‘locomotiva’ d’Italia e indentificate come Nord Ovest e Nord Est è essenzialmente una ‘storia di famiglie’. Insigni esempi, che hanno saputo creare un modello industriale di alto profilo e hanno contribuito a far nascere all’estero il mito della creatività italiana. Un tessuto di famiglie spesso di origine artigiana. Uomini ‘sapienti’ nei loro mestieri che hanno reso l’Italia secondo Paese europeo nell’esportazione dopo la Germania.

È essenzialmente a partire dalla fi ne della Seconda Guerra Mondiale che l’Italia ha conosciuto profondi cambiamenti economici, trasformandosi da Paese più o meno arretrato a una delle maggiori potenze economiche mondiali. Questo, grazie ad un ininterrotto processo di crescita durato fino alla fine degli anni Novanta del XX secolo.

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Focus incontra…

Certamente. Negli ultimi decenni il Nord Est ha assunto un ruolo sempre più centrale e di traino per il nostro Paese. Non solo per la posizione geografica che lo vede proiettato verso l’Europa, ma anche per il tessuto sociale che lo compone, grazie al quale si è distinto per la tenacia e la capacità di creare discontinuità positive.

Perchè il mito del Nord Est: quali sono state le condizioni favorevoli che hanno permesso al territorio di vocarsi all’industria.
Se guardo agli ultimi 25 anni, periodo che ho vissuto intensamente all’interno del Gruppo di imprese della mia famiglia, in realtà sembra sia passato molto più tempo. Nei ‘mitici anni ’90’, molte piccole e medie industrie hanno invaso con successo il mondo con i propri prodotti di nicchia. Successi dovuti alle grandi capacità di creazione, innovazione e dedizione al lavoro degli imprenditori e dei loro collaboratori. Ma corroborati anche da condizioni di contesto particolari ora non più presenti e che non saranno ripetibili. In quegli anni il Nord Est e le sue imprese erano per l’Europa, in particolar modo per Francia e Germania, quella minaccia che la Cina è diventata in seguito per noi.

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