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ESPLORARE LA STORIA PER CONOSCERE CHI SIAMO

di DORA CARAPELLESE

Il passato ci è servito per correggere gli errori della storia? Il principio di libertà è davvero trionfato sulla schiavitù? L’uomo si è finalmente reso conto di essere artefice dei suoi misfatti? Con Canfora attraversiamo un po’ di storia per sapere quanto l’uomo si sia evoluto.

Lei è un profondo conoscitore della storia antica: in che modo la conoscenza e l’esplorazione di una lingua può aiutare a capire la storia e le origini della nostra civiltà?
Lo studio di una civiltà per essere valido deve fondarsi sulla conoscenza diretta dei documenti, anche se è inutile nasconderlo: tanti documenti dell’epoca sono stati tradotti e ritradotti, percui chi vuole farsi un’idea di quel mondo riportato nelle lingue moderne può cavarsela benissimo. Al contrario se invece intende svolgere una ricerca che porta delle novità alle conoscenze già disponibili, allora l’uso delle lingue come il latino, greco, ebraico, e forse anche sanscrito diventa indispensabile. Perché questo? Perché le lingue non si sovrappongono mai del tutto. Cioè non esistono delle corrispondenze perfette. Per esempio in francese “canaille” indica non solo una persona poco raccomandabile ma anche un ceto sociale reietto, in italiano invece pensiamo a persone sgradevoli e pericolose. Lo stesso vale per le lingue antiche. Le traduzioni devono essere corredate sempre da note, perché possano colmare i «silenzi del testo». Questo significa che per intendere bene i contenuti è necessario conoscere le lingue, questa è la ragione per la quale l’esplorazione e la conoscenza vanno di pari passo.

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La creatività e i suoi strumenti

di Stefano Moriggi

Qualche settimana fa, a margine di una conferenza tenuta in un istituto scolastico romano e dedicata alla filosofia della tecnologia, una professoressa mi ha reso partecipe di una sua reale preoccupazione. Il timore di quella docente di letteratura italiana e latina (con la passione per l’informatica) era che il costante incremento e l’incontrollata diffusione di device digitali sempre più performanti potesse inaridire la creatività, in particolare dei più giovani. In altre parole, senza cascare in ingenue ansie tecnofobiche, l’insegnante in questione temeva che l’esternalizzazione del sapere in protesi e supporti digitali se da un lato avrebbe aperto un nuovo orizzonte di opportunità concrete e pragmatiche (velocità nella comunicazione, inedite possibilità di condivisione, interazione di contenuti, ecc.); dall’altro, invece, avrebbe portato a una delega della creatività umana agli schemi operativi e preconfezionati resi disponibili dal fiorente mercato delle app.

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CREATIVITÀ: LA CAPACITÀ CHE SALVERÀ IL MONDO

La creatività nasce con l’uomo. Grazie a questa straordinaria potenzialità della mente, l’uomo ha modificato il mondo creando strumenti utili alla sua sopravvivenza e alla sua evoluzione. Per lunghissimo tempo la capacità di creare è stata considerata un potere magico riservato solo a persone eccezionali. Solo una quarantina di anni fa ricercatori americani ed europei hanno iniziato ad interessarsi sistematicamente a questa capacità.

Lo studio della creatività ha i suoi avi in Europa con Eraclito, Socrate, Leonardo, Cartesio, ma è negli Stati Uniti che prende una forma strutturata come metodo di ricerca di idee innovative per le aziende. Secondo un’indagine Eurisko – ancora del 2004 – la visione italiana sulla creatività è “contradditoria”: per un intervistato su due la creatività è importante negli ambiti della moda (60% di risposte positive), della cucina (43%) e dell’artigianato (37% di risposte positive); per poco più di uno su venti la creatività è importante per il settore economia (6% di risposte positive). Per la maggior parte dei giovani universitari intervistati la creatività si risolve nel rompere (ovvero trasgredire) le regole. Mentre le élite produttive (professionisti, imprenditori) dichiarano che creatività vuol dire talento e tenacia, conoscenza, competenza, sfida per ottenere risultati che hanno valore.

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A TRENTO IL NUOVO MUSEO DELLA SCIENZA FIRMATO RENZO PIANO

Il Muse è moderno, bello e omnicomprensivo: trovi gli scheletri di dinosauro, una serra tropicale, un ghiacciaio delle Alpi e anche un bosco interattivo. Uno spazio ampio, esempio di grande architettura, che parla di sviluppo, evoluzione e ambiente. Il Muse è soprattutto un museo a portata di bambino, che giocando impara a conoscere il proprio mondo.

Il Muse è 500 mq di mostre temporanee, 600 mq di serra tropicale, 200 mq di area bimbi, 500 mq di aule e laboratori didattici, 800 mq di laboratori di ricerca. E altri spazi ancora, fra questi il FabLab (fabrication laboratory): una piccola officina aperta al pubblico che offre strumenti per la “personal digital fabrication” quali stampanti 3D, laser cutter, plotter vinilici, una batteria di processori Arduino.

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Come volare alto con l’ERP

Introdurre un ERP (Enterprise Resource Planning) significa ripensare, semplificare, uniformare il modello con cui un’azienda gestisce il business, prima di rendere quel modello un processo automatico all’interno di un sistema informatico. Automatizzare l’impresa sulla base di processi standard non è semplice, ma con una soluzione solida e altamente configurabile può essere determinante per performare. Anche per un’azienda appartenente ad un settore complesso ed esclusivo come quello dell’aeronautica.

Il cambiamento del sistema informativo, pur avendo l’obiettivo di migliorare il funzionamento aziendale, crea non poche perplessità, soprattutto nelle imprese che operano in mercati particolari, offrono servizi più che prodotti, e hanno esigenze diverse da quelle del settore manifatturiero. È molto probabile che titolari e responsabili dei sistemi informativi si chiedano allora: avrà il sistema ERP caratteristiche tali da adattarsi alle peculiarità dell’azienda? Sarà sufficiente un prodotto standard o serviranno personalizzazioni? Qualora si debba personalizzare, il fornitore avrà le competenze necessarie a farlo?

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Apprendere è ricercare! Fine della didattica nozionistica…

di Stefano Moriggi

Nell’articolo pubblicato sullo scorso numero di Logyn (settembre, 2013), ho cercato di prospettare una logica di investimento funzionale a evitare sprechi di denaro pubblico (e/o privato) e inoltre in grado di consentire una transizione al digitale graduale e ragionata agli istituti scolastici intenzionati ad avviare una sperimentazione di classi 2.0. Poste, dunque, seppur per sommi capi, le condizioni materiali per riprogettare la scuola che verrà, tenterò questa volta di focalizzare l’attenzione sull’evoluzione metodologica necessaria affinché le nuove tecnologie possano integrarsi in un progetto didattico che non si riduca – come frequentemente accade – al tentativo disperato quanto vano di trovare una rassicurante quadratura del cerchio tra innovazione (informatica) e tradizione (pedagogica).

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L’evoluzione del caffè

L’innovativa evoluzione del caffè, baluardo di tradizione ed eccellenza nel territorio italiano dal Seicento ad oggi: il Museo del Caffè Dersut è oggi una realtà culturale consolidata, inserita nella Rete Musei Trevigiani da marzo 2013.

Quella del caffè è una storia di innovazione e tradizione allo stesso tempo. Bevanda dalle origini antiche ed esotiche, il caffè cresce spontaneamente nell’Abissinia meridionale (l’attuale Etiopia) e viene utilizzato la prima volta dagli Arabi come bevanda eccitante e valido sostituto delle bevande alcoliche vietate dal Corano. Il termine stesso ‘caffè’ potrebbe provenire dall’antica regione di Kaffa in Etiopia, che significa appunto ‘pianta’ o ‘terra di Dio’. Da qui, grazie agli Arabi, il consumo di caffè raggiunge Istanbul nel XVI secolo, laTurchia e, attraverso la Serenissima, arriva in Europa. Le sue proprietà stimolanti, insieme al piacere lento della degustazione, fanno la fortuna dei grandi caffè letterari: dai mitici Florian e Quadri di Venezia, al Pedrocchi di Padova e al Tommaseo di Trieste, fino ai celebratissimi Greco di Roma e Gambrinus di Napoli. Agli inizi del Novecento la svolta innovativa: elementi già esistenti, come il caffè, l’acqua calda, e il concetto di pressione, vengono combinati in maniera diversa per dar vita qualcosa di inedito: l’espresso, di cui l’Italia è sempre stata considerata patria originaria.

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Una storia nella storia

L’informatica entra nella loro vita per caso, quasi come una fantasticheria, si trasforma nel primo impiego e poi nell’azienda che attualmente dirigono. Oggi tra i soci del Gruppo Eurosystem Sistemarca, Stefano Bacci e Stefano Biral hanno risposto alle nostre domande raccontando una storia di vita nella ‘storia della tecnologia’.

“2001: Odissea nello spazio” e le affascinanti luci provenienti da HAL 9000: quando gli chiedi di descrivere come è nata la passione per l’informatica il suo primo ricordo corre là, al 1972 e ad un fi lm guardato in un cinema. Poi qualcuno a scuola deve avergli spiegato come funzionava davvero un centro di calcolo. E che un tecnico avrebbe dovuto saper leggere quei giochi intermittenti di luci come fossero pagine di un libro. A quel punto ha creduto di aver sbagliato tutto. Comincia così, con una battuta, il racconto di Stefano Bacci, classe ’58, pluri-papà, tra i soci del Gruppo Eurosystem Sistemarca. Ride, ascoltandolo, Stefano Biral, anche lui socio del Gruppo. Ma, dopo averlo avvertito che toccherà anche a lui parlare degli inizi della carriera, si ricompone.

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