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LA SCUOLA – Aule destrutturate per una didattica collaborativa

La parola alle scuole: l’Istituto superiore Belluzzi Fioravanti di Bologna e l’ISIS “Giulio Natta” di Bergamo

Tablet, lavagne digitali, isole di lavoro, tutti elementi che vanno verso un cambio di paradigma del vecchio modo di fare scuola. Più attenzione agli ambienti di apprendimento: dalle aule aumentate, agli spazi alternativi, ai laboratori mobili. Una scuola digitale capace di motivare maggiormente lo studente a migliorare i propri esiti.

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Controversie internazionali

Quando una business entity si affaccia al mondo è necessario sia conoscere le peculiari regole che disciplinano il business individuato sia determinare le modalità di risoluzione di eventuali future controversie. Superata la scelta tra arbitrato e giurisdizione ordinaria in favore del primo, spesso l’indagine prosegue con la ricerca dell’organismo più adatto al singolo caso, senza trascurare l’interrelazione sociale, la cultura e le tradizioni del Paese di appartenenza del cliente o partner commerciale. Retaggi profondamente radicati nella cultura di appartenenza rappresentano aspetti fondamentali da valutare quando ci si rapporta con soggetti esteri.

Cos’è l’arbitrato?
L’arbitrato è un procedimento “privato” di risoluzione delle controversie che viene solitamente previsto in una clausola contrattuale inclusa in accordi commerciali – in particolare internazionali – ovvero in un separato accordo scritto tra le parti. Nella prassi, un arbitro o un collegio di arbitri viene investito della questione la cui decisione (il lodo arbitrale) vincola le parti. Se le parti decidono di regolamentare direttamente nel contratto gli aspetti dell’eventuale arbitrato (modalità di designazione degli arbitri, procedura arbitrale, ecc.) quest’ultimo si definisce ad hoc; diversamente, con il ricorso all’arbitrato amministrato, le parti intendono riferirsi ad un organismo specializzato nell’organizzazione e gestione di arbitrati ed al regolamento arbitrale dallo stesso adottato. L’arbitrato internazionale costituisce lo strumento privilegiato per la risoluzione di controversie commerciali internazionali, grazie ad una serie di convenzioni internazionali, tra cui la Convenzione di New York del 1958 sul riconoscimento e l’esecuzione delle sentenze arbitrali straniere cui hanno aderito circa 150 paesi.

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Fotografare per vivere la cultura e l’umanità del luogo

Aldo Soligno, fotoreporter in giro per il mondo, nella sua esplorazione cerca di riempire un foglio bianco catturando di volta in volta l’essenza della parte umana di ogni Paese. Nell’intervista attraversa i suoi lavori come delle storie da cui diventa difficile il distacco.

Eslporando il mondo per cercare cosa?
Personalmente, quando parto per un viaggio, prima ancora di esplorare il mondo cerco di esplorarne l’umanità che ne fa parte. Quello che mi interessa di più sono le relazioni tra gli esseri umani e l’ambiente che li circonda. Sono stato in tante situazioni piuttosto estreme, come guerre, povertà o malattie, e quello che mi ha sempre lasciato stupito sono la forza e la tenacia che tante volte queste situazioni instillano nell’uomo. Spesso, quando torno a casa e racconto le mie esperienze, molte persone fanno fatica a credermi. Fanno fatica a credere che esista ancora tanta umanità, coraggio e voglia di riscatto. Ma proprio questi contesti estremi spesso obbligano noi esseri umani a tirare fuori queste qualità nascoste, che in contesti “normali” spesso lasciamo sopire. Devo dire che forse ogni mio viaggio prevede sempre una doppia esplorazione: quella culturale, di luoghi e persone lontani dalla nostra quotidianità, e quella umana, ossia quella della nostra umanità in senso lato, che è uguale in ogni parte del mondo. Nel bene e nel male.

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In ricordo di Ada

di Stefano Moriggi
La contessa che sognò le macchine pensanti

Che il pensiero un giorno potrebbe non essere più esclusiva della specie umana – per quanto ancor oggi ritenuta dai più una eventualità tanto fantascientifica quanto inquietante – è un’ipotesi che affonda le sue radici in un passato remoto in cui filosofi e scienziati hanno preso sul serio l’idea di costruire “macchine pensanti”. Non pochi commentatori, analizzando la lunga storia di questo progetto – a partire dalla costruzione dei primi automi – hanno colto nei diversi tentativi di riprodurre artificialmente l’intelligenza umana un atto prometeico e in quanto tale tracotante. Come se, appunto, Homo sapiens, spingendosi oltre il consentito, volesse sostituirsi a Dio creando una nuova “specie” capace di agire e pensare in autonomia. A costoro, il logico Alan M. Turing – padre fondatore dell’informatica moderna, nonché costruttore della macchina che seppe “intelligentemente” intercettare il linguaggio cifrato di Enigma, cambiando così le sorti della Seconda guerra mondiale – suggeriva piuttosto di considerare il fatto che “costruire un cervello” fosse al contrario un atto di umiltà.

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MART: LA COSCIENZA DELL’ARTE

“La meraviglia è il seme da cui nasce la conoscenza”, così recita Francis Bacon. La frase viene riportata fedelmente in una brochure del Mart (Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto) ad indicare come “l’arte e i suoi linguaggi rappresentano un elemento indispensabile per l’esperienza educativa in campo estetico, superano i limiti del quotidiano, generano stupore e permettono di aprirsi al mondo in maniera piena e profonda”. Nicoletta Boschiero, curatrice del Mart, ci parla della struttura.

Che cosa rappresenta il Mart?
Il progetto Mart nasce alla fine degli anni ‘80 per rispondere all’esigenza di dare vita a un polo museale funzionale che servisse a far conoscere l’arte moderna e contemporanea con un contenitore adeguato e simbolicamente preminente, ed inaugura nel dicembre del 2002. Il Mart non è un’istituzione rigida e schematicamente impostata, è il luogo dove si rendono “visibili” i processi di trasformazione della contemporaneità: dalla sua nascita ad oggi ha superato la concezione tradizionale di museo, avviando un processo pluridisciplinare della ricerca. Oltre a conservare il patrimonio storico-artistico, il museo valorizza e potenzia la collezione, ne incrementa lo studio attraverso l’attività espositiva ed editoriale ponendosi al centro dei processi di critica storica.

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EXPO: UNA GRANDE OCCASIONE, ANCHE PER IL FUTURO

Daniele Rosso è Ceo di AlessandroRosso Incentive, società appartenente ad AlessandroRosso Group, primo rivenditore autorizzato di Expo Milano 2015. È lui a parlarci dell’evento internazionale sull’alimentazione e nutrizione che, dal 1° maggio al 31 ottobre, vedrà l’Italia al centro dell’attenzione mondiale.

Cosa rappresenta (o potrebbe rappresentare) Expo per Milano e l’Italia?
L’Italia è un paese molto conosciuto ed ammirato da ogni pubblico, chi la sceglie alla ricerca della “Dolce Vita” con aperitivi e ristoranti unici, chi per le opere d’arte e per i musei a cielo aperto, chi per gli eventi e le manifestazioni che rendono unico un Paese che davvero ha un patrimonio immenso di ricchezza turistica ed artistica. Chi scegle l’Italia per un evento “corporate” ne apprezza tutti questi lati, cerca uno spazio dove accogliere i propri ospiti, quindi una location unica, magari storica o all’interno di un monumento come la Galleria V. Emanuele II a Milano, in cui abbiamo appena inaugurato nuovi spazi eventi da 560 e 650 mq. Inoltre per un evento di fascia alta si cerca buon cibo abbinato ad un buon vino, magari italiano. Proprio al vino italiano abbiamo dedicato la prima enoteca in piazza Duomo 21 a Milano, la città di Expo 2015.

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CREATIVITÀ: POTENTE LEVA DI SVILUPPO UMANO E RADICE DELLA NOSTRA DIFFERENZA

Annamaria Testa, nota comunicatrice e saggista, insegna alla Bocconi e ha contribuito alla storia della creatività italiana. Chi non conosce “Morbido, nuovo? No, lavato con Perlana!”? È solo uno dei celebri slogan nati dalla penna di Annamaria Testa ed entrati nel nostro linguaggio quotidiano. Nell’intervista ci parla di creatività, un fenomeno complesso e imponente. “La creatività fa parte dell’uomo ma non basta essere nati umani per sviluppare il pensiero creativo: la conoscenza e la cultura fanno la differenza”, ci avvisa la professoressa Testa.

Professoressa Testa, cos’è innanzitutto la creatività?
Il tema della creatività è, sì, leggero – perché può essere piacevole, divertente e appassionante parlarne – ma a pensarci con attenzione è anche un tema impegnativo perché la creatività è ciò che fa muovere il mondo. Quando all’università provo a raccontare ai miei studenti di cosa si tratta, esordisco dicendo loro di guardarsi attorno e immaginare che l’umanità non abbia mai avuto idee innovative. Che cosa resterebbe di quanto ci circonda? Sparirebbe tutto: le lampadine, i video proiettori, gli abiti… sparirebbero i farmaci e i telefoni, il vetro e la plastica. E sparirebbero la musica, le opere d’arte, i romanzi. Soprattutto scomparirebbero il linguaggio e la scrittura, due grandi invenzioni del genere umano che ci hanno permesso in primo luogo di capirci tra noi, e di trasmetterci anche concetti complessi e astratti, e poi di organizzarci in complesse strutture sociali e di conservare e trasmettere di generazione in generazione conoscenze e cultura. Quindi, la creatività non è un elemento accessorio e decorativo che ci diverte, ma è la radice della nostra differenza come esseri umani. È ciò che ci ha permesso di sviluppare una civiltà complessa – nel bene e nel male – a differenza di quanto è accaduto a specie animali, come ad esempio le grandi scimmie, con le quali condividiamo il 98% del DNA. Quando si parla di creatività si discute insomma di una risorsa straordinaria che si è sviluppata assieme al genere umano, facendolo diventare quello che è: nata assieme al linguaggio, che ci ha permesso di trasmettere il pensiero, la nostra creatività è cresciuta attraverso lo scambio culturale e l’organizzazione sociale. E oggi si rinnova e si consolida attraverso le esperienze di vita. Siamo di fronte a un gigantesco fenomeno e, se ci limitiamo a considerarlo superficialmente magari parlando solo di design o pubblicità, non riusciamo a percepirne l’importanza.

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VANESSA FERRARI: Un’atleta sempre più in alto, sempre più avanti!

Lei è la regina italiana della ginnastica artistica che ci ha fatto sognare in questi anni e ha rappresentato superbamente i colori nazionali in giro per il mondo. Ora sogna le Olimpiadi di Rio del prossimo anno. In futuro? “Vorrei fare qualcosa di diverso, ma adesso penso solo ad allenarmi!”, ci racconta sulle pagine di Logyn.

Tra tante discipline sportive, la ginnastica artistica… Perché? Cosa ti ha avvicinata a questo sport?
Semplicemente una ginnasta che si esibiva sulla trave mentre guardavo la televisione. Avevo sei anni e chiesi a mia mamma di portarmi in una palestra dove si praticava la ginnastica artistica.

A che età hai cominciato a gareggiare?
Verso gli otto anni. In una gara dove c’erano un sacco di altre bambine. Vinsi ma non mi ricordo cosa c’era come premio. Forse solo una medaglietta.

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PARKOUR: SPORT E ARTE PER SUPERARE GLI OSTACOLI

Il Parkour (PK) è una nuova tendenza metropolitana che consiste nel muoversi con velocità per la città o in mezzo alla natura, superando ogni ostacolo con agilità e destrezza. Panchine, muretti, siepi, ringhiere e pareti non sembrano spaventare i “Traceurs” come si fanno chiamare i “creatori di percorsi”. Ci introduce a questa disciplina sportiva Stefano Pulcini, presidente dell’Associazione Italiana parkour.it.

Il Parkour è sicuramente uno sport acrobatico, perché la capriola per superare il muretto, la piroetta sulla parete di una casa, l’arrampicata, balzi arditi e movimenti armonici riuniti in una corsa fluida e infine il salto da un tetto all’altro richiedono prestazioni sportive non indifferenti. Ma di cosa si tratta esattamente? “Il Parkour è l’arte dello
spostamento. Una disciplina che nasce in Francia nella metàdegli anni ‘80. Il suo nome deriva dalla parola parcour (percorso). È il punto d’incontro tra l’equilibrio fisico e mentale, superare ostacoli fisici in maniera fluida e diretta per superare ostacoli mentali ed entrare in contatto coi propri limiti per cercare di superarli con consapevolezza, tenacia e appunto… disciplina”
, ci spiega Stefano Pulcini.

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TOKIO: CITTÀ DEL FUTURO, CON UN OCCHIO AL PASSATO

Tokyo, capitale del Giappone, è sicuramente la città del futuro: ha quasi nove milioni di abitanti, un quarto della popolazione giapponese, eppure nel sua pancia convivono, assieme a grattacieli all’avanguardia, parchi di straordinaria bellezza che si aprono in mezzo a stretture del futuro: Shinjuku gyoen, Rikugien e soprattutto lo spettacolare Yoyogi koen, un’enorme foresta al centro dei quartieri più moderni. Per scoprire Tokyo, infatti, occorre prima esplorare il cuore di ogni quartiere: veri e propri paesi con case basse e vicoli stretti.

Tokyo è una splendida metropoli eclettica e piena di vita, composta da 23 quartieri, ognuno con le sue peculiarità. Ed è soprattutto un’estravaganza di colori, gadgets e tendenze.
Per chi ama le visite culturali, Ueno, zona situata nella parte più orientale del centro di Tokyo, rappresenta un punto di partenza ideale. È ricco di templi storici e moderni, santuari e musei. Tra gli altri, quelli da non perdere in città sono il Museo Metropolitano d’Arte di Tein, l’Edo-Tokyo Museum – che offre al pubblico reperti del periodo storico Edo – e il Museo Ghibli, interamente dedicato alle opere cinematografiche del noto regista di animazione Miyazaki Hayao. La struttura stessa del museo è peculiare, pensata per rimandare con ogni dettaglio all’immaginario dei film del regista.

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