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Smart working: un’agorà per favorire l’interazione interna

L’innovazione, per STAR, questa volta ha coinciso con una rivisitazione della comunicazione interna, partita da un nuovo modo di concepire lo spazio e le modalità di lavoro che ora seguono le regole dello smart working: nessuna postazione assegnata, autonomia di gestione dell’orario di lavoro e frequenti riunioni con il direttore generale.

Dal 1948, un’azienda tradizionale che si è adattata ai tempi per conservare le posizioni conquistate sul mercato. Dietro questo adattamento c’è sempre un processo di ricerca ed esplorazione. Qual è stato il vostro?
Sicuramente la capacità di innovare seguendo sempre un filone di tradizione; è questo il binomio che ci caratterizza dall’inizio. Negli ultimi anni STAR ha attraversato una fase di cambiamento che si manifesta nel nuovo posizionamento del brand, ovvero un’azienda che vuole essere identificata come una marca in grado di offrire prodotti buoni, in grado di semplificare i processi culinari e anticipare nuove tendenze in ambito food. STAR ha infatti deciso di rivolgersi a un target finora inesplorato: quello dei giovani, attraverso l’ingresso sul mercato di prodotti innovativi, gustosi e facili da consumare quali Saikebon®. Parallelamente, STAR ha avviato un processo di riorganizzazione delle competenze orientato, da un lato, alla valorizzazione delle risorse interne e, dall’altro, all’acquisizione di nuovi giovani talenti; la volontà di STAR è infatti quella di entrare in contatto con giovani laureati e offrire loro percorsi formativi. La prima linea dell’azienda è stata quasi del tutto rinnovata e alcuni dei suoi manager ricoprono ruoli direttivi anche a livello internazionale.

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LOISON: L’INSOLITO PANETTONE CHE CONQUISTA IL MONDO

Dario Loison, titolare dell’omonima azienda di luxury food, racconta come ha scelto e internazionalizzato l’impresa di famiglia e come fa a resistere in attivo sul mercato globale. La sua ricetta: passione e desiderio di anticipare i tempi, e soprattutto trasparenza.

“Loison nasce nel 1938, quando mio nonno apre un semplice forno. Quel forno passa poi a mio padre che comincia a vendere al dettaglio a ristoranti, bar e negozi di alimentari e poi, nel tempo, arrivano i supermercati a richiederci grandi quantità. All’epoca si faceva pasticceria di ogni genere. Io inizialmente avevo intrapreso un’altra strada, ma ho finito per comprare l’azienda di famiglia nel ’92 e trasformarla in una Srl. Non è stato facile, all’inizio non riuscivamo ad avere ricavi perché le perdite erano maggiori dell’utile. Poi, ad un certo punto, sempre negli anni ‘90, ho cominciato a vendere i nostri prodotti all’estero tramite internet. La prima grande vendita è stata in Canada. Da lì siamo sempre cresciuti. Un’altra scelta fatta in quegli anni è stata quella di focalizzare la nostra produzione solo su alcune linee, sulle quali abbiamo puntato tutta la qualità degli ingredienti Made in Italy e della lavorazione, in particolare con la scelta del panettone. Creatività e idee, allargamento a nuovi mondi, nuove ricette, e nel contempo grande attenzione alla valorizzazione della tradizione e della risorsa umana: da tutto questo è nata Loison Pasticceria dal 1938!”.

A parlare è Dario Loison, terza generazione di questa famiglia di imprenditori vicentini e fautore del cambiamento aziendale, quindi dell’internazionalizzazione.

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“IL FUTURO DELLE IMPRESE? È NELLA CAPACITÀ DI INTERPRETARE IL MERCATO GLOBALE”

Possibilità di apertura al mercato globale, nuovi sbocchi occupazionali per figure tecniche altamente specializzate e un mercato dei sistemi di comunicazione in crescita: il mondo del lavoro sta cambiando e velocemente, le opportunità ci sono ma occorre avere la giusta interpretazione, ancor di più in un settore dinamico come quello dell’Information & Communication Technology. A parlarci di ICT, impresa e internazionalizzazione è Massimo Quizielvù, Country Manager Quanta Italia.

Quando è nata l’idea di aderire all’iniziativa e perché?
Uno studio Assinform-Netconsulting ha rilevato una flessione del mercato Ict pari al 4,4% nell’ultimo anno, stimando una perdita di circa 3 miliardi di euro rispetto al 2012. D’altro canto, però, studi condotti con metodologie e criteri differenti rivelano la costante evoluzione di questo mercato. Se Censis (febbraio 2014) annovera l’Ict tra i settori che richiedono ai lavoratori una costante evoluzione delle competenze, una nuova indagine del Politecnico di Milano riconosce nel mercato dei sistemi di comunicazione mobile il rimedio numero uno contro la crisi, prevedendo un contributo del 2,5% alla crescita del Pil da parte del solo mercato delle app e un veloce incremento dei posti di lavoro. Il Gruppo Quanta non a caso ha voluto in questi anni investire in una divisione specializzata come Quanta ICT assumendo in somministrazione o staff leasing. Un incentivo anche per le aziende della scena ICT che possono beneficiare di soluzioni a rischio zero ed avere garanzia di poter contare su specifiche competenze professionali. Infatti il settore Quanta Ict vive una forte crescita nonostante le difficoltà del settore.

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LA RESPONSABILITÀ SOCIALE D’IMPRESA

“Il mercato è un vero mercato quando non produce solo ricchezza ma soddisfa anche attese e valori etici”, sostiene l’economista Amartya Sen.

Può oggi un’impresa curarsi unicamente del proprio profitto? O è forse anche tenuta a conoscere, valutare e soddisfare le esigenze, non solo economiche ma sociali, ambientali e culturali della società esterna, sempre più attenta e critica nei confronti del suo operato? “Impresa” ed “etica” sono due termini inconciliabili nella realtà contemporanea? Si tratta di un dibattito multidisciplinare aperto e in continua evoluzione a livello mondiale: la Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI o in inglese CSR come Corporate Social Responsibility) e i suoi strumenti comunicativi.

Un dovere e un diritto, quindi, rendere conto al proprio cliente – come anche al territorio – delle politiche, delle strategie, dell’etica: insomma dell’attività in generale di un’azienda. L’impresa, aderendo a principi che si ispirano alla CSR, dichiara di operare una scelta nei confronti della società e dell’ambiente in cui è inserita. Non vende, di conseguenza, solo dei prodotti, ma tutta la cifra culturale ed etica del suo sistema-azienda. In particolare la “Teoria degli stakeholder” dell’americano Freeman (primi anni ’80) sottolinea come tutti i portatori di interessi (appunto gli stakeholder) acquisiscano dignità diventando soggetti attivi che si relazionano con l’impresa e influiscono sul suo agire. Secondo tale teoria tutti questi portatori di interesse acquisiscono un ruolo attivo nella creazione di valore da parte dell’impresa e non si limitano a subire le conseguenze dell’operato della stessa. Altro filone di studi che si sviluppa sempre negli Stati Uniti è quello della Business ethics: esso si concentra sul versante morale, ponendo al centro i valori etici che devono fondare i comportamenti delle imprese.

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RESPONSABILITÀ ED ETICA AL CENTRO DELLA VERA “IMPRESA GREEN”: Valcucine S.p.A. ci racconta il suo viaggio verso l’innovazione verde

Un’industria responsabile nei confronti della società presente e futura è un’industria etica, che verrà giudicata non solo secondo criteri finanziari ma anche per quanto sa “rendere al bene comune” . Questa la visione di Valcucine S.p.A., azienda di Pordenone di arredo e design tra le più innovative e green oriented in Italia, che oggi lavora anche per aumentare la coscienza critica delle persone sulle questioni ambientali. Un terreno su cui si gioca il futuro delle imprese secondo Daniele Prosdocimo, responsabile comunicazione dell’azienda.

Design “made in Italy”, rispetto per l’ambiente e per le persone: come si arriva ad essere una tra le aziende più innovative del proprio settore?
In Valcucine tutto ha avuto inizio più di 30 anni fa con la volontà di produrre in modo ecosostenibile. L’etica della responsabilità nei confronti dell’ambiente ha sempre determinato le nostre scelte come azienda e, prima, come persone che ne fanno parte. Perché prima di essere un patrimonio collettivo, l’ambiente riguarda ogni singola persona, appartiene ad ognuno di noi. Una scelta faticosa, che ha richiesto del tempo per generare i primi risultati, per far comprendere e condividere a tutte le persone in azienda questa cultura e questi obiettivi. Per trasferire loro questa coscienza in tutte le fasi del lavoro, ogni giorno. È stato proprio questo impegno che si è tradotto, attraverso la continua ricerca, nell’utilizzo di minor materia ed energia, nell’utilizzo di materiali sempre più riciclabili o addirittura riutilizzabili, nella riduzione delle emissioni tossiche e nella ricerca della lunga durata tecnica ed estetica del prodotto. Questo ci ha guidati e spinti sempre più verso l’innovazione.

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IL NORD EST STORICO E MANAGERIALE: 400 ANNI DI INDUSTRIA

Intervista ad Alberto Marenghi, Cartiera Mantovana.

La Cartiera Mantovana domina in Italia per la sua longevità: quasi 4 secoli di storia che hanno visto i proprietari – la famiglia Marenghi – interessati alla produzione della carta: dal primo stabilimento artigianale a Maglio di Goito del XVII secolo, alle 3 industrie sparse nel Nord Est italiano del XXI secolo.

Si tratta di una storia unica per un’impresa giunta alla 13° generazione. I diversi discendenti, lavorando con passione e senso di responsabilità, hanno saputo nei secoli implementare l’attività di famiglia ottimizzando costi e organizzazione, pur affrontando avversità di ogni tipo. Oggi, lo stabilimento di Maglio produce circa 10mila tonnellate di carta all’anno, mentre quello di Galliera Veneta e quello di Carmignano di Brenta producono circa 85mila tonnellate l’anno di carta. Un’azienda grande e sana. Alberto Marenghi, attuale amministratore delegato del gruppo, ci dice che “non esiste un segreto particolare per questa longevità. La storicità fa senz’altro da collante, ma ha portato ad una cultura imprenditoriale un po’ particolare, in cui la ‘famiglia’ gioca un ruolo importante, soprattutto nelle scelte che devono essere lungimiranti e prudenti. Perché ti senti anello di una catena secolare”.

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CULTURA, TERRITORIO, IMPRESA: La tradizione come valore per lo sviluppo

La storia dell’industrializzazione italiana, soprattutto nelle due aree geografiche denominate spesso come la ‘locomotiva’ d’Italia e indentificate come Nord Ovest e Nord Est è essenzialmente una ‘storia di famiglie’. Insigni esempi, che hanno saputo creare un modello industriale di alto profilo e hanno contribuito a far nascere all’estero il mito della creatività italiana. Un tessuto di famiglie spesso di origine artigiana. Uomini ‘sapienti’ nei loro mestieri che hanno reso l’Italia secondo Paese europeo nell’esportazione dopo la Germania.

È essenzialmente a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale che l’Italia ha conosciuto profondi cambiamenti economici, trasformandosi da Paese più o meno arretrato a una delle maggiori potenze economiche mondiali. Questo, grazie ad un ininterrotto processo di crescita durato fino alla fine degli anni Novanta del XX secolo.

Eppure, soprattutto tra il 1958 e il 1963 l’industria italiana conobbe il suo straordinario sviluppo: tra i settori trainanti il manifatturiero, quello della meccanica, della chimica e dell’elettricità. Allora si cominciò a parlare di ‘miracolo economico’. L’Italia divenne la settima potenza industriale del mondo, anche se l’economia nazionale continuò a presentare sempre due volti differenti: un sud arretrato con un’agricoltura ancora in gran parte latifondistica, e un nord con un forte insediamento industriale, favorito anche dallo sviluppo di moderne infrastrutture.

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STORIA DI UN TERRITORIO E DI UNA FAMIGLIA

Goppion Caffè dal 1895 a oggi.

Sigmund Freud sosteneva che “c’è una storia dietro ogni persona. C’è una ragione per cui loro sono quel che sono”. E c’è una storia dietro a ogni famiglia che è memoria e mappa genetica di eventi passati e futuri anche del territorio e della Comunità. Questa è la storia dei Fratelli Goppion.

La bambina nella foto è Paola Goppion, una dei cugini titolari dell’omonima ditta trevigiana di caffè, e la ricorrenza è l’inaugurazione del nuovo stabilimento costruito lungo la strada napoleonica ottocentesca conosciuta, dalla Comunità trevigiana, come Terraglio. Sicuramente è un giorno di festa per tanti, perché quella nuova costruzione – che nasce da scelte architettoniche definite e studiate per armonizzarsi sapientemente con l’ambiente circostante – riassume uno spaccato di storia economica e sociale di un Veneto imprenditoriale lontano nel tempo, ma ancora vivo grazie alle nuove generazioni.

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Rileggere Platone per capire l’Ipad

di Stefano Moriggi
Nuovi modelli didattici e cultura d’impresa per oltrepassare paure antiche…

Tutto ciò che non si conosce, spaventa. Fin qui niente di strano. Tuoni e fulmini hanno terrorizzato l’essere umano finché – come ricordava il filosofo napoletano Gianbattista Vico – i nostri lontani progenitori non hanno iniziato a interrogarsi sulle cause e sulla natura di quel “terrificante” fenomeno. A volte, però, ben più che l’oggetto delle nostre paure è ancor più pericolosa l’incapacità di affrontarle. Non di rado, infatti, risulta più rassicurante dare un nome (o un volto) a ciò che ci inquieta, cercando di conviverci al meglio, piuttosto che indagarne l’origine o l’effettiva nocività. E la tecnologia non fa eccezione a questa regola: demonizzare i suoi aspetti (apparentemente!) più minacciosi rappresenta ancora troppo di frequente una scorciatoia – se non altro psicologica – per mettere al sicuro da “domande indiscrete” convinzioni, valori e visioni del mondo ritenute irrinunciabili.

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UN RITORNO ALLE ORIGINI AGRICOLE DEL TERRITORIO: FRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE

La storia delle Cantine Bortolomiol.

Lungo la strada del Prosecco, la più antica d’Italia, che si snoda attraverso un vasto teatro naturale ornato da vigneti, abbazie, chiese e castelli, si stagliano le Cantine Bortolomiol. Storiche anch’esse. Il personaggio di Bartolomeo Bortolomiol, l’avo di cui in famiglia si tramandano il nome ed il mestiere attraverso le generazioni, si fa risalire alla meta del 1700, secondo la testimonianza storica dei documenti. Di lui si narrano e si ricordano l’amore per la terra e l’attitudine a trarne il meglio, e che per tutta la vita ha coltivato la vite sulle colline di Valdobbiadene.

Di generazione in generazione viene passato il mestiere. E poi è Giuliano Bortolomiol, fondatore della moderna azienda spumantistica, a raccogliere
la sua lezione e continuare a credere fortemente nella qualità e nel futuro del Prosecco a denominazione. Obiettivo per il quale ha lavorato tutta una vita. Oggi sono le sue 4 figlie, Maria Elena, Elvira, Luisa e Giuliana ad aver ereditato l’azienda e la passione di famiglia, unitamente alla madre Ottavia, portando comunque attenzione al legame forte con il territorio e alla sua storia. Oggi l’azienda produce 2 milioni di bottiglie di spumante all’anno.

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