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Recupero Crediti: il decreto “del Fare”

Con il decreto CD Fare (decreto legge 21.06.2013 n. 69 in Gazzetta Ufficiale 21.06.13) il Legislatore è intervenuto ed ha dettato misure per la crescita economica, semplificazioni e, per quanto qui interessa, ha introdotto il titolo terzo “misure per l’efficienza del sistema giudiziario e la definizione del contenzioso civile”.

Con il Decreto è stata, tra gli altri provvedimenti, disposta la nomina di Giudici Ausiliari (nel numero di 400) che dovrebbero aiutare lo smaltimento degli arretrati e sono state introdotte (modeste) misure processuali al fine di agevolare – e velocizzare – la soluzione delle controversie. In particolare ha introdotto (articolo 68) una modifica del codice di procedura civile incidendo sulla disciplina relativa allo strumento del decreto ingiuntivo che, come ben sanno tutti gli imprenditori è il principale strumento utilizzato per il recupero dei crediti. Lo stesso, infatti, ha (rectius: dovrebbe) avere il pregio della rapidità perchè si sostanzia in una sorte di “condanna anticipata” laddove il Giudice, in presenza di una dimostrazione sommaria del credito da parte dell’imprenditore (normalmente un estratto delle scritture contabili), emana una sentenza di condanna anticipata (tale è il decreto ingiuntivo) nei confronti del debitore. Quest’ultimo avrà la possibilità di opporsi al decreto ingiuntivo ma solo entro un termine ben determinato (normalmente 40 giorni), e, anche in tal caso, il Giudice potrà sempre concedere la provvisoria esecuzione del decreto se ad un sommario esame, le contestazioni non appaiono sorrette da solide argomentazioni. Se in teoria il procedimento è molto rapido, in pratica questo non avviene.

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Il “Paracadute” del dato informatico

Le conseguenze di un Downtime variano in relazione al mercato di riferimento in cui le aziende operano. Confindustria, nel 2011, ha condotto uno studio per determinare il cosiddetto BID (Business Impact of Downtime), cioè l’impatto che l’interruzione del sistema ha sul business. Prendendo come esempio un’azienda manifatturiera con 160 dipendenti e un fatturato di 20 milioni di Euro, è stato quantificato che un’ora di Downtime non pianificato a un servizio critico per il business impatterà su fatturato, customer satisfaction, produttività, costi per il ripristino dei dati, per un totale di poco più di 50.000 euro.

La cronaca odierna ci porta a riflettere su eventi recenti e locali, come l’alluvione del Veneto nel 2010 e il terremoto in Emilia del 2012, che hanno visto seriamente compromessa la possibilità di un’effettiva ripresa delle imprese del territorio, non solo a causa dei danni fisici subiti dagli stabilimenti, ma anche per la difficoltà di recuperare il bagaglio di dati finanziari, contabili, commerciali necessari per ripartire. Secondo uno studio di qualche anno fa riportato da Wikipedia, “delle imprese che hanno subito disastri con pesanti perdite di dati, circa il 43% non ha più ripreso l’attività, il 51% ha chiuso entro due anni e solo il 6% è riuscita a sopravvivere nel lungo termine”. Ma più banalmente anche un’interruzione di alimentazione elettrica di alcune ore con conseguente  inaccessibilità ai dati può rappresentare un danno, così come  una violazione della sicurezza, un attacco di virus, un errore umano, un guasto delle applicazioni. Eppure la valutazione di un sistema di Disaster Recovery continua ad essere spesso rinviata nel futuro dai management aziendali che, sempre in attesa di tempi migliori, riservano  l’attenzione a problemi ben più quotidiani benché meno devastanti in termini di impatto sulla produttività. Ma allora…cosa un’impresa dovrebbe fare per individuare le soluzioni più idonee a mettere in sicurezza i dati informatici nella propria realtà? Quali domande dovrebbe porsi?

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