Ridisegnare le città con cultura e tecnologia smart

Ridisegnare le città con cultura e tecnologia smart

Le nuove sfide economiche e sociali partono anche dalla riqualificazione del territorio in termini green. Il dibattito sullo sviluppo della “città intelligente” inizia proprio dal presupposto che si deve ridisegnare, in termini di sostenibilità, la qualità della vita all’interno di una comunità urbana. Il giornalista di scienza e responsabile del progetto Smau Anci dedicato alle Smart City, Federico Pedrocchi, nell’intervista ci accompagna nel mondo delle smart city e della sviluppo green, facendo il punto della situazione con pregi e problematicità.

Cos’è la smart city?
Requisiti necessari perché si possa parlare di smart city non ci sono, perché dal punto di vista della progettualità c’è davvero così tanto da fare, con molteplici opportunità, che l’apertura a progetti di smart city è massima. Il concetto di “città intelligente”, diventato di moda in questi anni, si è sviluppato in diverse parti del mondo, in particolare nei Paesi più industrialmente avanzati. Di fatto, si tratta di mettere insieme tante nuove direzioni di progetto – interessando aree metropolitane, non solo le grandi città – che cercano di cambiare abbastanza in profondità il modus vivendi del territorio. Quindi l’attenzione è rivolta alla cultura del cittadino: come si producono servizi ai cittadini, come i cittadini costruiscono il proprio habitat fino ad istituire delle reti relazionali all’interno della città. Effettivamente abbiamo tecnologie che sono in grado di generare grandi cambiamenti e dall’altra parte c’è la grande sfida ambientale per aiutare i territori ad essere il più possibile sostenibili. Ci sono tanti modi che noi abbiamo per agire, per determinare un cambiamento e possiamo di fatto incorniciarli in una progettualità integrata per costruire città più intelligenti. In realtà, è un’operazione culturale per creare e promuovere nuove sinergie.

In Italia quando si comincia a parlare di smart city?
Nel nostro Paese solo da cinque anni si è cominciato ad avere una certa visione unitaria condivisa e una certa attività un po’ trasversale, non prima, grazie anche alla possibilità di accesso a finanziamenti europei. Certo è che nel nostro Paese c’è una difficoltà indubbia per quanto riguarda la progettazione della smart city che è segnata dal fatto che i nostri enti locali hanno grandi difficoltà a reperire risorse economiche da investire in progetti. Quindi, non esprimiamo appieno quella potenzialità che abbiamo in casa. Inoltre, l’imperante burocrazia crea delle difficoltà oggettive, allungando i tempi di realizzazione di un progetto. Ad ogni modo, ci sono tante best practice che direzionano in progetti smart quegli investimenti fisiologici appartenenti ad ogni città: ad esempio un comune non può fare a meno di investire sulla mobilità, quindi lo si cerca di fare con nuova intelligenza e cultura maggiormente volta al
sostenibile. Ciò che sta marcando la nascita delle smart city in Italia è l’abbinata comune–azienda, ovvero investimenti sia del pubblico che del privato. La speranza è che in futuro ci possa essere anche più denaro. Qual è la maggiore difficoltà che hanno gli enti pubblici ad intercettare i fondi della Comunità Europea? Horizon 20.20.20 porta con se un portafoglio economico di circa 72 miliardi di euro da investire in Europa, con una sottolineatura forte per gli aspetti di innovazione e sostenibilità. È vero che presenta anche delle caselle specifiche per la progettazione smart city, ma è ancor più vero che la potenzialità maggiore è data dall’insieme delle proposte in generale che spesso possono comunque essere declinabili in termini di smart city. Infatti, l’orizzonte che abbraccia la “città intelligente” è molto ampio. In generale, in Italia, ad eccezione delle università, non riusciamo ad interpretare bene i progetti europei perché nel tempo non si è sviluppato un know how adeguato che ci permetta di poter interpretare i progetti della Comunità Europea e adattarli alle nostre necessità. Ad esempio, in voci dedicate all’ambiente, all’agricoltura, etc, spesso ci sono fondi interessanti per interventi e progetti da gestire anche in progetti smart. A Smau Padova 2014 abbiamo appositamente organizzato degli appuntamenti mirati, soprattutto rivolti alle PA, per promuovere la conoscenza per l’appunto di Horizon 20.20.20.

Quali indicazioni darebbe per avvicinarsi maggiormente alla progettualità europea?
Innanzitutto, è fondamentale costituire la migliore squadra di tecnici che si possa avere a disposizione con competenze nei settori di interesse. Quindi, creare una rete di lavoro con gli enti di ricerca e le università, quest’ultime da sempre abilissime a intercettare fondi europei. Inoltre, è fondamentale interessare anche il mondo del privato arrivando a realizzare un mix di pubblico e privato, così da poter avere più teste a disposizione. Spesso si fa lo sbaglio di procedere in ordine sparso, in tal caso il rischio è quello di perdere opportunità. Ci sono, inoltre, delle agenzie specializzate nella stesura dei progetti. Purtroppo, è anche vero che l’Italia non ha in Europa l’autorevolezza che dovrebbe avere e anche questo crea degli ostacoli. Eppure, il problema maggiore è che non maneggiamo sufficiente know how per intercettare quello che viene proposto e messo a disposizione dall’Europa.

Noi stiamo investendo abbastanza in tecnologia a tal riguardo, che possa venirci a sostegno?
In Italia a tal riguardo abbiamo uno scenario molto composito: nelle direzioni di banda larga e, quindi, di accesso consistente all’uso della rete siamo indubbiamente molto indietro. C’è un
ritardo che stiamo cercando di recuperare, ma dovremmo farlo più velocemente e la cosa più preoccupante è anche la mancanza di cultura dell’innovazione. Per dare un esempio in Lombardia da alcuni mesi esiste la banda larga, eppure si è registrata comunque una partecipazione bassa (16-17%) da parte delle aziende. Il problema principalmente è il ritardo della cultura d’innovazione nelle stesse aziende anche nel capire che cosa può significare avere un dialogo con la rete utilizzando strumenti innovativi come la banda larga. In generale, nel nostro Paese c’è deficit di cultura dell’innovazione. Poi in altre cose vediamo, invece, che ci sono esperienze positive anche dal punto di vista tecnologico. A Torino, Genova, Cremona, Parma e anche in piccoli comuni sono partite esperienze importanti. Anche nel Veneto ci sono esempi significativi: Venezia ha messo in funzione un sistema integrato di informazione sul trasporto locale e non solo. Nel bellunese ci sono due piccoli comuni che hanno fatto dei catasti digitali estremamente interessanti: ci sono on line tutti gli edifici dei due comuni e quando si digita un indirizzo si ha anche la scheda energetica della struttura.

Come giudica le politiche nazionali a favore dello sviluppo delle tecnologie?
Le politiche nazionali si concentrano essenzialmente sull’agenda digitale, un strumento centrale politico – organizzativo, che sta dando delle indicazioni molto precise. Quello che però si chiede è che l’Agenda possa diventare realmente uno strumento di trait d’union tra la tante realtà decentrate e l’attività governativa. Siamo sulla via giusta se l’Agenda digitale diventa uno strumento che traccia l’orizzonte in cui muoversi per, poi, far muovere gli attori territoriali di conseguenza, ma se gli enti decentrati per ottenere l’appoggio centrale devono comunque vedersela da soli, questo crea una farraginosità. Deve diventare un luogo di governance. Io, però, vorrei sottolineare con forza che per l’Italia l’innovazione non può essere solo digitale: noi abbiamo delle grandi risorse economiche nel Paese come il design, il turismo, il settore dell’agrifood, il tessile, il manifatturiero. La nostra attenzione e i nostri sforzi vero l’innovazione dovrebbero andare anche incontro a questi settori. Dobbiamo senz’altro presidiare l’ICT, ma accanto a questo lavoro dobbiamo incentrare la nostra attività d’innovazione anche miratamente ai nostri asset strategici. Ecco che bisognerebbe direzionare anche le giovani start up verso le reali risorse del Paese.