Articoli della sezione

Pensare con le macchine

L’altra faccia dell’algoritmo

di Stefano Moriggi
La profezia del Daily Me e la lezione del prof. Sunstein

C’era una volta il Daily Me… Ve lo ricordate? A dire il vero non c’è mai stato, anche se oggi qualcosa del genere esiste. Alt! Mi rendo conto che questo inizio potrebbe risultare enigmatico a quanti non abbiano avuto l’opportunità o la passione di seguire da vicino (o addirittura dall’interno) l’evoluzione di quelle tecnologie di cui negli ultimi decenni siamo diventati utenti cronici, scambiando e concedendo (a volte oltre la soglia della consapevolezza) informazioni e dati di natura pubblica e privata. Ma rimediamo all’istante, raccontando in poche righe l’intuizione di uno studioso che, una volta formulata, generò probabilmente più incredulità che preoccupazione. Quanto meno su larga scala.

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L’intelligenza delle cose, la paura degli umani

di Stefano Moriggi
Quando studiare le macchine significa (anche) conoscere meglio noi stessi

“Cosa resterà dell’umanità? Ci preoccupiamo dei danni ambientali ed è più che giusto, ma forse ci attende una minaccia più seria. La nascita di un super-organismo che trascenderà l’intelligenza umana, composto da internet, miliardi di oggetti intelligenti e un immenso data base in continua crescita. […] Ci sarà un momento, conosciuto come singolarità, in cui questa entità sfuggirà al nostro controllo. […] Potrebbe considerarci noiosi insetti da schiacciare” (fonte).

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Quando il mondo tornò “piatto”

di Stefano Moriggi
Le nuove logiche della cooperazione digitalmente aumentata.

Da quando, anche in Italia nel 2003, si è appresa la teoria delle “3 T” di Richard Florida, il dibattito sulle abilità su cui investire al fine di stimolare e agevolare l’ascesa di una “nuova classe creativa” pareva essersi arricchito, appunto, di tre nuove e imprescindibili parole d’ordine: Tecnologia, Talento e Tolleranza. L’economista di Newark (New Jersey) già all’alba del nuovo millennio era infatti convinto che “il fattore chiave nella competizione globale non fossero più beni, servizi o flussi di capitale, ma la competizione per le persone”. Più nel dettaglio, si tratterebbe di comprendere che, sempre di più, la disponibilità di un capitale umano portatore di idee efficaci ed innovative, condivise, perfezionate e rese operative anche grazie alla duttilità dei nuovi supporti tecnologici avrebbe garantito quel valore aggiunto senza del quale sarebbe ormai impossibile rendersi competitivi nell’epoca della globalizzazione.

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Un bostoniano, la figlia del senatore e Pokémon Go

di Stefano Moriggi
Ovvero, come le tecnologie ci impongono di ridiscutere sempre e di nuovo il confine tra “pubblico” e “privato”

“Sussurrare dentro l’armadio sarà come lanciare proclami dai tetti” – così suonava la (pre)visione apocalittica dell’avvocato Samuel D. Warren. Immaginando un futuro prossimo in cui “la frenesia e la complessità della vita che accompagnano il progredire della civiltà” renderanno sempre più necessario un certo ritiro dal mondo”, il legale di Boston non aveva dubbi nel diagnosticare i sintomi di un’epoca, ormai incombente, in cui le “iniziative moderne” e le “invenzioni”, tramite le “invasioni della vita privata”, avrebbero provocato “danni e sofferenze psicologiche di gran lunga peggiori di quelle che possono essere inflitte per mezzo di un’aggressione fisica”.

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Come sarà (pensata) la vita digitalizzata?

di Stefano Moriggi
Il futuro può sorprendere e spiazzare, specie se non si riflette abbastanza su scienza e tecnica. Dalla meccanizzazione della società al Cluetrain Manifesto e oltre…

Il futuro è il tempo che non c’è. È la sfuggente dimensione che ci è data come orizzonte da pensare, da immaginare, da intuire. Alcuni, come noto, ancor oggi non rinunciano ad affidarsi a cialtroni senza speranza che nelle combinatorie dei tarocchi o nei riflessi di un sfera di cristallo dichiarano di saper leggere (o “correggere”) le sorti e i destini dei loro clienti (solventi). Tuttavia, al di là di questi rapporti, infantili da un lato e truffaldini dall’altro, con il tempo che verrà, è indubbio che la prefigurazione del futuro sia stata, da sempre, una necessità non solo sociale e politica, ma addirittura determinante alla sopravvivenza della specie.

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La psicologia di Colombo

di Stefano Moriggi
Esplorare il mondo fuori di noi per scoprire qualcosa di sé.

Che il mondo sia sempre più un villaggio globale è innegabile. Corpi, merci, capitali e informazioni circolano per l’orbe terracqueo a velocità che solo qualche anno fa erano impensabili. Opportunità e scompensi di tale complesso fenomeno socio-economico – che a molti, e non senza motivo, pare un destino preoccupante e ineluttabile – si intrecciano in un rompicapo che genera più conflitti che accordi. Su fronti opposti, infatti, si confrontano (e si scontrano) prospettive e ideologie convinte, ciascuna a suo modo, di custodire in una formula o addirittura in una filosofia di vita la ricetta salvifica.

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In ricordo di Ada

di Stefano Moriggi
La contessa che sognò le macchine pensanti

Che il pensiero un giorno potrebbe non essere più esclusiva della specie umana – per quanto ancor oggi ritenuta dai più una eventualità tanto fantascientifica quanto inquietante – è un’ipotesi che affonda le sue radici in un passato remoto in cui filosofi e scienziati hanno preso sul serio l’idea di costruire “macchine pensanti”. Non pochi commentatori, analizzando la lunga storia di questo progetto – a partire dalla costruzione dei primi automi – hanno colto nei diversi tentativi di riprodurre artificialmente l’intelligenza umana un atto prometeico e in quanto tale tracotante. Come se, appunto, Homo sapiens, spingendosi oltre il consentito, volesse sostituirsi a Dio creando una nuova “specie” capace di agire e pensare in autonomia. A costoro, il logico Alan M. Turing – padre fondatore dell’informatica moderna, nonché costruttore della macchina che seppe “intelligentemente” intercettare il linguaggio cifrato di Enigma, cambiando così le sorti della Seconda guerra mondiale – suggeriva piuttosto di considerare il fatto che “costruire un cervello” fosse al contrario un atto di umiltà.

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La creatività e i suoi strumenti

di Stefano Moriggi

Qualche settimana fa, a margine di una conferenza tenuta in un istituto scolastico romano e dedicata alla filosofia della tecnologia, una professoressa mi ha reso partecipe di una sua reale preoccupazione. Il timore di quella docente di letteratura italiana e latina (con la passione per l’informatica) era che il costante incremento e l’incontrollata diffusione di device digitali sempre più performanti potesse inaridire la creatività, in particolare dei più giovani. In altre parole, senza cascare in ingenue ansie tecnofobiche, l’insegnante in questione temeva che l’esternalizzazione del sapere in protesi e supporti digitali se da un lato avrebbe aperto un nuovo orizzonte di opportunità concrete e pragmatiche (velocità nella comunicazione, inedite possibilità di condivisione, interazione di contenuti, ecc.); dall’altro, invece, avrebbe portato a una delega della creatività umana agli schemi operativi e preconfezionati resi disponibili dal fiorente mercato delle app.

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Gli inglesi “a lezione” da Leonardo, Michelangelo e Raffaello. E noi?

di Stefano Moriggi

Troppo spesso non si riflette abbastanza sulle dinamiche e sulle pratiche innescate dall’introduzione di uno strumento all’interno di un contesto. Non siamo infatti abituati a indagare le ragioni che hanno dato forma (e dunque funzionalità) a uno spazio, qualificandolo. Si consideri, per esempio, l’aula scolastica. Cosa ha portato nei secoli il consolidamento di una tipologia di arredo incentrata su una cattedra per il docente contrapposta alla schiera di banchi per gli alunni? A molti potrebbe sembrare – e di fatto continua a sembrare – il “setting naturale” per l’apprendimento; quando in realtà non è altro che il portato culturale conseguente all’introduzione in un contesto deputato alla didattica di un particolare strumento, il libro.

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Articolo “a quattro mani” per un futuro diversamente abile

di Stefano Moriggi
Tecnologia, scienza e disabilità: dialogo con Gianluca Nicoletti

Di buone intenzioni è lastricata la strada che porta all’Inferno…
Così recita un antico adagio. Confesso di non nutrire alcuna simpatia per i motti e i proverbi, così come per tutte quelle dicerie che avrebbero contribuito a tramandare nel tempo una presunta saggezza popolare. Tuttavia, forzando forse l’interpretazione più diffusa, riconosco al sopracitato detto il merito di condensare in poche parole alcune mie convinzioni attorno all’idea di solidarietà.
Come dire… le buone intenzioni, per quanto apprezzate, non possono bastare. E non solo perché in molti casi sono (o diventano) l’alibi per coprire errori e misfatti: “eh, ma io l’ho fatto a fin di bene…”. Ma, soprattutto, per il fatto che un aiuto o un sostegno “incompetente” è solo un danno per chi lo riceve.

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